Dicono che è vero che ad ogni entusiasmo corrisponde stessa quantità di frustrazione

Quella meravigliosa sensazione che sempre coglie Unsasso all’inizio di un periodo nuovo (dell’anno, dell’estate, dell’anno scolastico): la percezione esaltante di avere davanti, e a disposizione, una prateria intonsa di giorni, da riempire di tanto, di tutto, con agio e buona lena, quell’idea entusiasmante e piena di energia, ecco, dura sempre meno. Non perché scemino entusiasmo ed energia, ci mancherebbe, ma perché si è nel frattempo fatta strada la consapevolezza sempre più solida che, molto semplicemente, il tempo è poco. Non è mica vero che ce n’è un giacimento ricchissimo che brilla lì davanti. E perciò solo selezionando con grande disincanto le priorità e calibrando con cura tempi e modi è possibile farsi un’idea realistica dei progetti a cui affezionarsi davvero. Altrimenti si va incontro a desolanti frustrazioni e/o si rischia di fare tutto male, o niente. Che come sempre son banalità, ma finché non te ne rendi conto da solo, non c’è verso.

Questo in generale. Ma per scendere nel particolare, parliamo di scuola.

Il Grande Obiettivo che da anni Unsasso immagina per la sua scuola è innalzarne la qualità della cosiddetta offerta formativa, e va da sé che

  1. non è certo una trovata innovativa, anzi dovrebbe essere l’obiettivo di ogni scuola, no?
  2. non è cosa che lei possa ottenere da sola.

Certo si dice sii il cambiamento che vorresti si realizzasse nel mondo, no? E Unsasso la trova una cosa assolutamente giustissima. E perciò da anni – oltre a cercare di migliorare costantemente il suo essere insegnante, con le sue classi – cerca di fare la sua parte anche al di fuori, delle classi, lavorando sodo a progetti e attività che le pare potrebbero portare la sua scuola in quella direzione del migliorare, sempre.

Quando era lì da poco Unsasso propose ai colleghi del plesso in cui insegna (sono pochi, le pareva bellissimo per darsi un’identità, una sinergia) una due giorni di team building con un formatore che conosceva, ma c’erano da sborsare 50 € e non se ne fece nulla.

Attaccava in bacheca articoli che trovava interessanti, lasciava in sala prof traccia dei corsi che frequentava, dei convegni cui partecipava, nella speranza di alimentare riflessioni, scambio di opinioni. Ma niente.

Poi si infilò in varie commissioni, per constatare amaramente che erano la sagra del nulla. Che se ne usciva con appiccicato un senso di inconcludente parecchio irritante, che giravano parole e discorsi vuoti, e quando Unsasso provava a lanciare un’idea concreta le davano la tara, come si dice dalle sue parti: le dicevano sì, ottima idea!, ma poi non se ne faceva nulla.

Allora Unsasso pensò che facendo la “funzione strumentale” – l’occasione si presentò di lì a non tanto – avrebbe potuto cercare di dare lei, una direzione diversa, e che chi avesse trovato condivisibile quel sogno di una scuola che punta in alto sarebbe venuto allo scoperto. Con la collega che condivideva con lei il compito hanno cercato di vivacizzare – per quanto possibile – i collegi: per raccontare i risultati Invalsi dell’Istituto, o gli esiti di un gruppo di lavoro sulle competenze, o delle rilevazioni di customer satisfaction, o dell’autovalutazione o qualsiasi cosa, facevano un po’ di show, cercavano di coinvolgere ciascuno a dire la sua, con l’idea che se ci sono dei cambiamenti in atto, delle novità, magari pure delle imposizioni, è non solo nostro dovere conoscerli, cercarne il senso, criticarli in senso costruttivo, ma è questo anche l’unico modo per non lasciarsene schiacciare, per non subirli passivamente, e per coglierne quanto di buono e utile per, appunto, migliorare. E credevano sinceramente che avrebbero saputo contagiare molta gente con il loro entusiasmo, che seppur molto lentamente le cose avrebbero cominciato a cambiare. Hanno cercato a vario titolo di coinvolgere i colleghi più vicini a collaborare, hanno proposto iniziative di formazione, e di autoformazione, hanno promosso consultazioni su temi vari e dibattiti, hanno cercato di realizzare progetti di ampio respiro, in cui per esempio fosse coinvolto un intero plesso, in cui ci si mettesse a riflettere e progettare insieme. Perché, sia chiaro, Unsasso non ritiene affatto di essere migliore di altri, anzi: nasce forse da un intrinseco senso di inadeguatezza questa sua tensione alla riflessione, al confronto, alla formazione costante, al mettersi in discussione, ma in ogni caso lei proprio è convinta che riflessione confronto formazione siano necessarie nell’insegnamento, linfa vitale senza la quale dopo un po’ ogni umana attività diventa pratica sterile, secca, imputridisce. Perciò sostanzialmente erano queste cose, che Unsasso voleva rianimare nella sua scuola, avida anche di imparare dalle esperienze pregresse dei colleghi più anziani, desiderosa di vedere sale prof in cui si parla (anche) di scuola, e non solo del colore della manicure, della ricetta delle arance candite e dell’ultimo marito della mamma di Tizio e Caio; corridoi in cui si respira, forte, la dignità e il senso altissimo del valore del lavoro di insegnante, in cui si procede tutti con un obiettivo chiaro. Che non è andare a casa a mangiare la pastasciutta. Chissà perché si illudeva che anche qualcuno tra chi sognava la pastasciutta avrebbe gustato almeno un po’ il piacere di un’attività ben progettata, di un percorso di novità, di un lavoro ben fatto. Chissà perché non riesco mai mai mai ad impedirmi di essere così ingenua, maledizione! pensa adesso Unsasso.

L’ultimo atto è stata la presentazione del Ptof, nuova offerta formativa triennale, su cui Unsasso e la collega hanno speso le notti, e del Piano di Miglioramento, su cui ha speso più notti una collega, ma con senza dubbio una sana mano da parte loro (come è solo logico!): hanno potuto contare su un minimo aiuto da parte di un paio di volenterose, su qualche minima parola di incoraggiamento da parte di un altro paio di loro e hanno dovuto oggettivamente constatare lo zero coinvolgimento da parte di tutti gli altri, nonostante i tentativi di consultazione: l’idea era Siete le funzioni strumentali? È affar vostro. Il collegio durante la presentazione era diviso in due: quelli che chiacchieravano e quelli che si facevano i cazzi propri in silenzio. No, è ingiusto: c’era anche la collega che verbalizzava, e doveva stare attenta per forza. In realtà è ingiusto davvero: c’era, chi ascoltava, con ghigno scettico e aria di sufficienza. Pronto all’indomani (all’indomani eh, a mezza voce, negli androni: ce ne fosse stato uno che avviasse uno straccio di discussione durante!) a dire Tanto son sempre le stesse cose, Ma quante menate con ‘sta storia delle competenze!, Tanto ai ragazzini ormai non gli frega più di niente, Ma mi lasciassero andare in pensione, Ma noi queste cose le abbiamo sempre fatte!, Ma tanto non ci danno una lira in più perché mi dovrei sbattere? Ma dovevano proprio mettere un collegio in più? Ma se mi abbono a Gente la posso far passare per formazione?

Quindi, giusto per tracciare un bilancio: Unsasso ha fatto tutto quello che era in suo potere e che pensava fosse giusto per gettare le basi di un cambiamento, di un upgrade nella sua scuola, ora vede intorno a sé le stesse persone con cui era partita, i pochi che ci credevano allora e che ancora ci credono, troppo pochi per poter davvero fare qualcosa di significativo, nessuno nel suo plesso. Tutto il lavoro fatto è reputato inutile burocrazia dal 90% dei colleghi, che non si sognano di andare neppure a sfogliare i documenti prodotti. La formazione che partirà, anche se sarà obbligatoria per tutti, non troverà terreno fertile e quindi risulterà del tutto inefficace. Il motto di ciascuno è lasciamo tutto così com’è, lasciatemi entrare in classe, chiudere la porta e fare come ho sempre fatto, lasciatemi sparire in mezzo a tutti che così chi se ne frega di come faccio, basta che arrivi la fine del libro e io sono a posto, fatemi fare il minimo indispensabile di riunioni, di riflessioni, di ragionamenti,che se no mi va in malora la messa in piega.

Qualcuno forse si domanderà: ma il dirigente? Il dirigente è una da reparto psichiatrico. Ansiosa da fare schifo, nei tre giorni prima di una scadenza tempesta Unsasso e l’altra martire di mail e telefonate a qualsiasi ora: puoi essere in classe, a letto, al parco con i figli oppure al cesso ma ciò che veramente conta è che lei ha pensato che quella virgola a pagina 87 non ci sta bene e bisogna rifare. Nella sua testa sono tutti dei cretini, tranne lei, e tratta tutti da cani, tranne chi è in quel momento nelle sue grazie perché si fa un culo come un hangar e le toglie le castagne dal fuoco (lege: Unsasso e gli altri pochissimi, nemmeno tutti). E chi si mostra più arrogante di lei (lege: qualche genitore dei più orrendi). Deve assolutamente fare bella figura con gli altri presidi e perciò sgobba lei e fa sgobbare te, anche inutilmente, senza un briciolo di visione, senza nessuna in realtà capacità decisionale, nessuna razionalità. Non è in grado di assumersi la minima responsabilità e se anche è evidente che l’errore è suo sbologna colpe a destra e a manca senza ritegno. Ecco. Questa è la dirigente di Unsasso. Capirete che è dura.

Ora, lo scenario è questo: Unsasso si è fatta il culo, ma con questa dirigenza e questa pletora di colleghi non ne viene fuori nulla. Lei lo sa bene che i cambiamenti richiedono tempo, che occorre seminare e avere pazienza, ma ora deve riconoscere che ogni volta che ha visto un barlume di speranza accendersi, si è spento miseramente poco dopo: occorre anche essere spietatamente realisti e Unsasso è veramente l’ultima che riesce a strapparsi di dosso il suo congenito ottimismo. Quindi?

Quindi, visto che come si è detto all’inizio il tempo è poco, occorre imparare a focalizzare le energie là dove fruttificano. Perciò Unsasso deve radicalmente ripensare il suo spendersi nella scuola.

Però Unsasso è fatta così, proprio è più forte di lei: non ce la fa a dire è andata così, le contingenze sono tali per cui, hai fatto tutto quello che. E tre domande continuano a rimbalzarle in testa: dove ho sbagliato? cosa potevo fare di diverso? cosa magari posso ancora fare di diverso?

 

 

Istanti

I cosiddetti “folletti”(?!) di WordPress hanno da poco consegnato a Unsasso il report annuale sul blog, ed è apprezzabile lo sforzo di far apparire altisonanti numeri miserrimi, ma suona comunque tutto piuttosto ridicolo. Tant’è. Che Unsasso non sia una blogghettara come si deve l’han capito tutti, che purtuttavia non se la senta di mollare il colpo e basta è altrettanto vero, perciò avanti così, che è passato il tempo in cui occorreva dimostrare qualcosa a se stessi e anche quello in cui scoccia un po’ essere diversi da quello che si è.

L’autunno è stato una centrifuga, e Unsasso non ha avuto il tempo nemmeno di emettere un lamento, figurarsi metterlo qui per iscritto, anche se tanto spesso ne avrebbe avuto voglia. Ma alla fine meglio così, ché come si sa se puoi fare qualcosa per risolvere il tuo problema lamentarsi non serve, anzi intralcia, se non puoi fare niente invece pure: lamentarsi non serve. E scassa i maroni a tutti quelli che hai intorno. Perciò. 

Più dispiaciuta Unsasso è di non aver però nemmeno avuto tempo né forze per ascoltare i pensieri, dar loro una forma intellegibile, di non essere riuscita a soffermarsi il dovuto ad assaporare gli istanti, che degni di nota sono stati parecchi.

Perciò così, a titolo di augurio, vuole ricordarne tre semplici e bellissimi, i primissimi tre che le vengono in mente, per cominciare sorridendo.

Il primo. Mentre praticamente tutti i colleghi considerano la Nana solo un problema di cui disfarsi, e Unsasso ha le palle a terra, e che girano a elica, ecco la comparsa in sala prof di un ragazzone grande e grosso, con due occhioni dalle ciglia lunghe e scure, che dice timido Scusa prof, posso disturbarti un attimo? ecco, io lo so che con la Nana non c’entro niente, che sono solo l’educatore dell’altro ragazzo, ma, ecco, io la Nana la vedo che gira con tutta quella rabbia addosso e poi con le sue mattane, beh, ormai chi non la conosce, perciò, ecco, io, se sei d’accordo eh! io avrei immaginato, ecco, un piccolo progetto per lei: io la tengo lì con me, ogni tanto, le ho portato questo quadernino, e pensavo di farla un po’ scrivere, di quello che le piace, di quello che vuole fare nella vita, di quali passi fare per ottenerlo… Tanto io ho tempo, lo farei un po’ per volontariato…se tu sei d’accordo… Unsasso quel giorno cammina per tutto il tempo a un metro da terra, con la netta sensazione che non solo un mondo migliore è possibile, ma esiste già.

Il secondo. Unsasso è tanto per cambiare palle a terra: nella sua scuola circa un 2% dei colleghi condivide i suoi ideali, guarda alla scuola con il suo stesso senso di sacralità, pensa quanto lei che il compito degli insegnanti è altissimo e delicatissimo. In quel giorno si appresta a partire per un corso, bello, di cui non fotte niente a nessuno, e si mangia mesta un panino al volo in sala prof, dopo essersi sorbita l’ennesima sagra del qualunquismo. Esce per ultima la collega giovincella tosta, con cui ogni tanto Unsasso un po’si sfoga, che ha un moroso psicologo, a cui racconta della sua collega Unsasso Don Chisciotte, e che l’aspetta in auto. Esce e poi dopo un attimo rientra. Dice Mi ha detto moroso di darti questo, che ne avrai bisogno. E le pianta in mano gli ultimi quattro quadrati di una tavoletta di cioccolato fondente. Quel giorno a Unsasso si ribalta proprio del tutto l’umore: esce il sole, nel suo cervello ronzante! E il tal moroso non l’ha neanche mai visto.

Il terzo. Il terzo l’altra sera in macchina. Thestone. Che dopo quasi ventidue anni che stanno insieme, lui che ha ricevuto milioni di lettere di Unsasso e non ne ha mai scritta nessuna, giusto per inquadrare il tipo, lui che assomiglia così spesso alla carta vetrata, lui che smancerie giammai, lui, Thestone in persona, che al buio  l’altra sera in macchina canta quella loro canzone così piena di tantissime galassie di cose solo loro. E gli si rompe la voce. Mentre Unsasso pensa che certo, che vale la pena.

Buon anno, gente. Che ci siano tanti sorrisi nelle vostre vite, e che valga la pena!

Per mano

Dissero Prendetevi per mano. A destra Unsasso mise la sua nella mano calda praticamente smisurata di suo marito. 

A sinistra.

A sinistra una mano bianca. Ossuta nodosa. Liscia liscia con la pelle quasi trasparente tesa sulle ossa. Fresca.

Unsasso provò potentissima deflagrante la sensazione di tenere ancora una volta la sua mano. Si vide proiettata in un attimo dentro quel tinello che non esiste più, la scatola di latta dei biscotti sempre ben fornita per tutti i nipoti e i pronipoti. Sempre una storia da ascoltare. Sorrisi sorrisi sorrisi. Risentì nitida la sua voce che la chiamava Gioia, o Tata. Quel tocco lieve le fece rivivere come se fossero presenti lì davanti i momenti più assolati della sua infanzia, una dolcezza caldissima e avvolgente, un amore certissimo incrollabile e senza confini. Ad Unsasso si ruppe la voce e non riuscì più ad emettere suono.

Ti voglio bene anch’io, nonna.

Il problema

è che Unsasso vorrebbe fare tutto.

Vorrebbe tenere in ordine la casa, evitando gli accumuli senza ritorno. Vorrebbe anche un nuovo specchio per l’ingresso, e tazze per la colazione tutte uguali. E dipingere finalmente quel quadro che ha in mente. E pulire le scarpe. Vorrebbe la casa riuscire a cambiarla, peraltro. Vorrebbe continuare con il teatro ma anche fare un corso di scrittura; vorrebbe andare più spesso a teatro, ma anche al cinema; non lasciare in un angolo la sua passione per la fotografia e partecipare a quel semplice concorso e magari guardarsi qualche mostra; una volta o l’altra prenotarsela, quella benedetta visita guidata ai luoghi insoliti della metropoli. Vorrebbe un giorno leggere tutti quei libri che le intasano il reader, e altri ancora e ancora e ancora. E studiare tutto quello che non sa, e pensa che dovrebbe sapere, e vorrebbe sapere; e inventarsi modi nuovi ed efficaci per farlo amare anche ai suoi alunni, ai suoi figli, tutto quel sapere. Vorrebbe iscriversi a ogni santo corso d’aggiornamento in cui si imbatte, o quasi. Vorrebbe scrivere, tenere aggiornato questo disgraziato blog, scrivere racconti. Vorrebbe conoscere scoprire come si deve le persone che incontra. Vedere le sue amiche più spesso. Vorrebbe mettere su un cineforum a scuola, inventarsi qualcosa di permanente, efficace, affascinante sulla lettura, ma anche solo preparare come si deve la lezione di geografia per domani. Parlare coi ragazzi di un mucchio di cose di cui non ha il tempo di parlare. Insegnare loro a prendersi cura di sé, degli altri, di ciò che stanno facendo. Ad ascoltare. Ad appassionarsi. Vorrebbe arrivare al secchioncello e al disperato, all’avulso e all’indifferente. Vorrebbe trovare un tempo disteso, sereno, da passare coi suoi figli; vorrebbe cucinare loro più sano. Ricordarsi per tempo di scongelare il macinato per il ragù. Vorrebbe andare a correre più spesso. Vorrebbe aver finito le programmazioni. Star dietro alle programmazioni. Non lasciar cadere il percorso clil dello scorso anno, le attività di accoglienza, il libro iniziato in classe, il diario di bordo. Essere più trainante. Passare il testimone della funzione strumentale. Fare un corso di inglese. Andare a fare la ceretta. Fare gli gnocchi. Ordine tra le foto. Tra i materiali di scuola. I pensieri.

Ma il tempo si sfilaccia la vita la affoga l’autunno la tramortisce e la sensazione che ha Unsasso è di non riuscire a fare niente.

Mai paura, dice

la collega amica ironica, davanti a un collegio docenti piatto amorfo che l’entusiasmo l’ha perso anni fa

il figlio innamorato come solo a dieci anni, andando a consegnarle un biglietto d’amore

la mamma davanti alle bizze, le bizze, bizze da tutte le parti

la prof davanti alla Nana che già scappa, la Nuova che ci si accoda, la Silenziosa che già vegeta, il Chiuso che già si rimpicciolisce, lo Stonato che fatica a sintonizzarsi, il Ridarolo che sghignazza, il Saccentello che saccentella, Romanov che già si assenta, Bbellademamma che già triglia lo sguardo

mentre si chiede come farò ad avere occhi attenti per tutti voi?

 

Unsasso all’alba sotto l’acqua, mentre macina sotto le scarpe da corsa parecchio sonno arretrato e (almeno un po’ di) senso di inadeguatezza.

Eroica

Questa è la storia di come Unsasso, donna mite e serafica, si sia trasformata, con sommo stupore e compiacimento, in una feroce rompicoglioni all’occorrenza, ottenendo pure il risultato (in)sperato.

Premessa: da diversi anni Unsasso veniva contattata per telefono da (sciattissimi, peraltro) operatori di Enel Energia, essendo lei cliente Enel per la fornitura di gas in regime di “tutela” (il che significa, per i profani come lei prima dell’inizio di tutta questa storia, che il prezzo del gas è deciso dall’Autorità e fluttua in base al mercato), veniva contattata, dicevamo, perché passasse al mercato libero ovviamente con Enel Energia, con tariffe, a dire dell’operatore, ben più convenienti. In tutte quelle telefonate Unsasso aveva ringraziato e chiesto una mail in cui quelle meravigliose tariffe fossero messe in fila per iscritto, così come tutte le varie postille del caso, in modo da poterci ragionare con calma. No, si poteva fare solo per telefono. Allora no, grazie, aveva risposto Unsasso innumerevoli volte. E mica perché è così sgamata di suo, anzi, ché lei è la classica a cui vendono intere enciclopedie senza che nemmeno se ne accorga, ma perché Thestone, suo marito, che è persona diffidente per carattere e formazione, e (purtroppo) ne ha spesso ragione, l’ha nel tempo educata (con delicati cazziatoni ogni volta che ci cascava) ad evitare almeno le inculate più evidenti.

Si arriva così al fatidico 9 luglio, giorno in cui Unsasso, con un caldo micidiale e i due pargoli tendenti all’isterico non meno di lei, era impantanata a preparare valigie e carabattole varie per la partenza, fissata per il giorno dopo, per il successivo mese e mezzo di montagna + Grecia: un’operazione, credetela, niente affatto riposante. Nel bel mezzo di quel gran casino, suona il telefono. Buongiorno, Enel Energia. Ah che due maroni, pensa Unsasso esasperata. E invece, quale sorpresa? La solita irritante voce, questa volta, articola un discorso da non crederci: Chiamo solo per avvertirla che le stiamo spedendo per posta tutto il materiale contrattuale per passare al mercato libero del gas con Enel Energia: qualora fosse interessata dovrà solo compilare il modulo allegato e rispedircelo, per passare alla tariffa per lei più conveniente di tot euro al metto cubo eccetera. Va bene? Va bene, mandi pure, d’accordo. Incredibile, ha il tempo di pensare l’ingenua Unsasso, finalmente l’han capita! E invece.

27 luglio, il materiale è arrivato ma nessuno l’ha ancora degnato di uno sguardo (quando lo faranno sarà per constatare che non è affatto vero che passare al mercato libero è così più conveniente), la giornata è bella e Unsasso torna allegra dalla corsa. E prima che entri in doccia, la telefonata di Thestone: Ma perché mi è arrivato un SMS che mi avverte che il cambio di contratto richiesto ad Enel Energia è andato a buon fine?! Noi non abbiamo chiesto nessun cambio di contratto!!! Panico. Che cacchio hanno fatto ‘sti stronzi?! Telefono. Solita operatrice. Chiedo. Ma signora, in data 9 luglio qui risulta una registrazione vocale fatta da lei che ha valore contrattuale: il nuovo contratto partirà dal I agosto. Non l’hanno avvertita che stavano registrando? Non so cosa dirle, qui risulta. No, non può sentire la registrazione. No, non posso sentirla nemmeno io. No, non può farne un’altra che annulli la precedente. No, non può fare nulla, l’unica è rivolgersi a un avvocato. Ma guardi che però il nuovo contratto le conviene!

Una sempre più incredula Unsasso passa dallo smarrimento iniziale ad una incazzatura solenne, che peraltro l’operatrice rimbalza con maestria ben istruita. Quella maledetta del 9 luglio le aveva fatto dire un mucchio di e Certo e Va bene, che poi con ogni probabilità aveva utilizzato per montarli ad arte con la serie di domande precise che era tenuta a fare perché la sua registrazione di merda avesse il valore contrattuale desiderato. E senza ombra di dubbio NON le aveva detto che stava registrando la telefonata, primo requisito perché la registrazione abbia validità. Al suo indirizzo Unsasso lancia mentalmente le peggio maledizioni. Estorto un indirizzo mail alla furbona che in quel momento, più che aiutarla, sta cercando di convincerla che tutto era stato ordito per il suo bene, Unsasso scrive una mail di fuoco, della quale, va detto, è estremamente orgogliosa. Ovviamente, nessuna risposta.

Comincia così una serie di ulteriori telefonate inferocite, fax, raccomandate, ingiunzioni, diffide e minacce degne del più agguerrito studio legale. Unsasso si sente Erin Brockovich de noantri, un’eroica paladina del consumatore gabbato. 

Finché, un radioso mattino di agosto, una mail la ripaga delle sue fatiche: Enel Energia si rammarica dell’accaduto, e ha già provveduto a ripristinare il contratto proditoriamente (questo non c’era scritto) cambiato. Vittoria!! Incredula, Unsasso si sente veramente figa: ché non pensava proprio, che l’avrebbero ascoltata, e già si vedeva a doversi cercare un avvocato, sobbarcare parcelle stratosferiche e sciroppare la questione fino alla fine dei suoi giorni.

Unsasso vorrebbe rispondere ringraziandoli per averle procurato questa botta di autostima, ma prevale il ritegno.