Mai paura, dice

la collega amica ironica, davanti a un collegio docenti piatto amorfo che l’entusiasmo l’ha perso anni fa

il figlio innamorato come solo a dieci anni, andando a consegnarle un biglietto d’amore

la mamma davanti alle bizze, le bizze, bizze da tutte le parti

la prof davanti alla Nana che già scappa, la Nuova che ci si accoda, la Silenziosa che già vegeta, il Chiuso che già si rimpicciolisce, lo Stonato che fatica a sintonizzarsi, il Ridarolo che sghignazza, il Saccentello che saccentella, Romanov che già si assenta, Bbellademamma che già triglia lo sguardo

mentre si chiede come farò ad avere occhi attenti per tutti voi?

 

Unsasso all’alba sotto l’acqua, mentre macina sotto le scarpe da corsa parecchio sonno arretrato e (almeno un po’ di) senso di inadeguatezza.

Mamma Sasso

Ecco diciamo che adesso anche basta. Unsasso è da praticamente un mese in montagna coi pargoli (e i nipoti: per una settimana a suo completo carico e per il resto del tempo con anche zia dell’altro ramo). Bello, eh, godersi i bimbi con ritmi finalmente più rilassati, giocare insieme, coccolarsi tantissimo, raccontarsi con calma. Bello, rigenerante. Ma tutto questo quasi costante dover essere presente, e interpellabile, questo essere punto di riferimento per dubbi sui compiti, litigi di ogni sorta, consigli e bisogni, tutto questo dover vigilare – su igiene e incolumità, tanto per dirne due – tutto questo dover essere mamma, insomma… alla lunga le pesa.
E si badi che Unsasso non è affatto la classica mamma “all’italiana”, che sta accanto alla progenie con indefessa sollecitudine, che si preoccupa per ogni microdifficoltà i suoi figli siano costretti ad affrontare, cercando più che altro di evitargliela, che passa le giornate in adorazione dei marmocchi, osservando e registrando ogni loro sputacchio nel mondo, che attribuisce alla simbiosi le caratteristiche del paradiso. Beh, probabilmente si sarà capito, ché una mamma simile sarebbe forse estasiata da un mese come quello che ha vissuto Unsasso finora. Unsasso no. Nonostante tenda a sguinzagliare eredi e connessi subito dopo la triade colazione-vestirsi-rifarsi il letto, per disinteressarsi di loro quasi completamente fino all’ora di pranzo, nonostante i suoi interventi nei litigi si limitino alle situazioni (più) sanguinolente, nonostante acconsenta di essere disturbata per i compiti solo nel caso in cui da soli proprio non ce la fanno, nonostante, insomma, non possa dire finora di non aver avuto parecchio tempo per sé, è da un paio di giorni che Unsasso è preda di una strisciante insofferenza, sbotta con con frequenza preoccupante e nel complesso si sente un po’ in trappola. E si sente pure un po’ in colpa, per di più.
Capita anche ad altre? O proprio è lei una madre degenere?

Piezz’ e core

C’è qualcosa di zen nel fatto che all’apice della bella stagione le giornate iniziano a tradimento ad accorciarsi, così come nel cuore dell’inverno iniziano impercettibilmente ad allungarsi un po’. Ma diciamo che l’apprezzo con più slancio in dicembre.

C’è forse qualcosa di simile nel guardare i miei figli in questo momento magico – in cui non sono più, finalmente, nella fase della dipendenza totale da me, stanno anzi sbocciando con tutta la prepotenza che ci mette in questi casi la vita, sono splendidi ai miei occhi, vivono ogni cosa con slancio, in ogni attimo diventano grandi di un altro po’, ma si confrontano ancora con fiducia e curiosità, e ancora fanno le fusa sereni nel mio abbraccio – guardarli, dicevo, e percepire con sottile bastarda lucidità che non durerà ancora a lungo, che quest’epoca sciaguratamente meravigliosa finirà tra non tanto. Ed è un bel dire che sarà una bella avventura e una sfida il futuro, è un bel dire che ogni stagione della vita sarà bella in sé, è un bel dire che bisogna viversi il presente senza seghe mentali: a me si conficca un dolore affilato in mezzo al petto e la felicità perfetta del guardarli mi si incrina un momento dopo. Poi razionalizzo e via. Ma la consapevolezza che indietro non si torna a volte fa proprio male.

Scompensi vari

Non lo so se è che sto invecchiando, o che patisco ancora un anno che mi ha spremuto brutalmente sotto tutti i punti di vista, o che c’è questo autunno caldo o il vento degli ultimi giorni che manda un po’ in tilt, ma io quest’anno sto davvero facendo fatica ad ingranare. Mi sento appannata, ecco. Sono lenta, spesso giro a vuoto, mi scordo un mucchio di cose che ho sempre gestito alla grande. Mi sono accorta poco fa che sono giorni che devo sollecitare un alunno che non mi ha ancora riportato la verifica e me ne ero dimenticata, a dire il vero mi ero completamente dimenticata di averla fatta, quella verifica. Dopo cinque anni che rinnovavo l’iscrizione dei miei figli in piscina puntualmente, nella settimana di priorità riservata ai già iscritti, l’ho lasciata passare inosservata, perdendo il posto conservato con tanta cura fino a quel momento. Non ho voglia di mettermi a correggere, preparo le lezioni alla carlona, vorrei solo andare a teatro, passeggiare per qualche bel centro storico, leggere, dormire, chiacchierare con un’amica. Tutte cose che peraltro riesco anche a fare, ogni tanto, in piccole dosi, certo, ma che solitamente bastano a rigenerarmi profondamente. Non ora.

Mi dico passerà, all’inizio è fisiologico che sia dura ma poi prendo sempre il ritmo. Ma niente. E i fronti come sempre accade si stanno moltiplicando, il lavoro inizia ad accumularsi, per non parlare della roba da stirare. Ma io stento a prendere l’abbrivio, son qui sempre un po’ indurménta, come si dice dalle mie parti. Ottundimento. E l’ansia neanche troppo sottile che si sta facendo strada dentro di me non riesce a farmi decollare. Boh.

Nel frattempo il mondo intorno va avanti. I figli non vanno più in piscina una volta alla settimana ma a fare atletica due, e ho il sospetto che questo giorno in più abbia un suo ruolo nella decomposizione della mia organizzazione al millimetro, così come l’inserimento della tromba per la piccola (è il suo sogno da un po’, di suonare la tromba, e da lunedì prossimo ne avremo una in uso per esercitarsi a casa: ditemi voi come faccio a sperare che le cose migliorino). A scuola si scorrono le graduatorie definitive e i supplenti appena integrati saltano, lasciando il posto a chi si scopre or ora averne maggior diritto, in un minuetto allucinante che non finirà mai di lasciarmi basita. Il minimo assoluto del buon senso, la più misera delle logiche dovrebbero imporre che le graduatorie per l’annuale pesca degli insegnanti fossero pronte prima dell’inizio dell’anno scolastico, credo che un bambino di tre anni, opportunamente interrogato in proposito, ci arriverebbe. Ma l’Italia, si sa, di tali banali ovvietà si fa un baffo. E dei suoi studenti pure.

Mio figlio grande in compenso inizia a interessarsi al sesso (mio marito dice che in quarta elementare è normale). Un giorno che mi ha colto di sprovvista e a lui e il suo amico ho concesso in uso il portatile (non lo faccio mai, giuro, ma ero al telefono e nella mia ingenuità ho pensato volesse vedere un cd, imbecille che non sono altro) gli ho beccato una cronologia degna di un quattordicenne che si ammazza di seghe, ché se su gugol (suo primo termine di ricerca) metti un ingenuo donne nude ti vien fuori una serie di foto che più che all’eccitazione paiono pensate per portarti al vomito. Mi son flagellata per giorni, mi son sentita una mamma di cacca (e certi forum dove si leggono solo variazioni sul tema “certo che i genitori che lasciano usare liberamente Internet ai figli sono da mettere in galera” non aiutano), ho pensato di autodenunciarmi al telefono azzurro; perfortuna che la sera stessa mi è venuto fuori un discorso ispirato del tipo amore so che tu sei curioso alla tua età è più che normale e non c’è assolutamente niente di male, ma guarda che quelle foto che hai visto su Internet non sono una forte di informazione corretta, perché il sesso è una cosa bellissima e importante e ben diversa dalla pornografia che invece è quello che hai visto tu, e per qualsiasi dubbio devi rivolgerti a noi eccetera, che mi ha fatto sentire un po’ meno degenere. Lui, pietrificato dall’imbarazzo. Non ha detto una parola. Al papà ha confessato invece che a scuola ne parlano un sacco, così abbiamo pensato che che se aspettiamo che venga da noi a chiedere lumi campa cavallo, e che l’ideale potesse essere un libro: ci sta che di certe cose ti imbarazzi parlare coi tuoi, perciò rendergli disponibile un libro ben fatto da consultare e riconsultare a piacere ci è parsa la via migliore. Speriamo. A me questo è sembrato un testo ottimo: è accattivante perché le spiegazioni sono introdotte da una storia a fumetti scanzonata, è comprensibile per un bambino ma molto accurato, ogni dettaglio è chiarito con cura, parla di tenerezza, intimità e piacere con serenità, parla anche di contraccezione e violenza e in generale non v’è traccia di moralismo, il che mi pare molto sano. Ha la prefazione di Roberto Denti e i brevi commenti per i genitori, in appendice, sono di Marcello Bernardi; è un po’ datato (la prima edizione è del 1997), ma insomma gli argomenti trattati non hanno ancora subìto grossi cambiamenti, mi pare, nonostante tutto. Eccolo qui:

Unknown

Il libro, com’era intuibile, il ragazzo se l’è divorato in due giorni, dicendo Bello, mamma, fa anche ridere, ed è molto educativo (sic). Per ora siamo sopravvissuti. Comunque, certe cose ti segnano.

Quello che ci insegnano i figli

Un giorno mamma di un compagno di mio figlio G. racconta preoccupata che il piccolo rom che c’è in classe, a cui darò il nome di fantasia di Roman Compagnovic, è un picchiatore di professione, ha preso di mira in particolare suo figlio ma se la prende un po’ con tutti, a volte rischia di fare male tanto, come quella volta che ha colpito lo schienale della sedia e solo per poco non la schiena di suo figlio, e poi soprattutto impone il silenzio alle sue vittime.

A casa un po’ allarmato, soprattutto per dei segni che aveva G. sul collo qualche giorno prima a cui non aveva dato peso G. per primo, mio marito gli chiede con ben simulata nonchalance: “Ehi G., ma che mi racconti di Compagnovic?”

“E che ti devo raccontare, poverino, molti compagni gli danno dello zingaro! E’ vero che ogni tanto alza le mani, però con me non l’ha mai fatto. Dicono che ruba, e che i suoi genitori hanno le macchine grosse perché rubano! Ma io dico: come fanno loro a saperlo? Infatti gliel’ho anche detto Ma come fate voi a esserne sicuri? e loro non hanno saputo che cosa rispondere. E poi io dico: mettiamo pure che i suoi genitori siano zingari: mica deve per forza esserlo anche lui!”

“…”

“E comunque si chiama Roman”

Bambini maltrattati

L’altro giorno leggevo questo articolo che racconta di un bambino dell’età di mio figlio (9 anni) che ha chiamato i carabinieri con voce credibilmente angosciata dicendo che la madre lo stava maltrattando, e dell’epilogo inaspettato della vicenda, in cui l’arma arrivata in forze si è trovata davanti una mamma come tante che cadeva dalle nuvole e raccontava di aver solo dato uno schiaffo al “Giamburrasca” della situazione (così lo definisce il giornalista), che non a caso si era premurato di nascondersi al suono del campanello.

Non intendo affatto parlare di schiaffi e mica schiaffi ai bambini. Perché c’è un particolare, che passa sottotraccia nell’articolo, che mi ha un po’ allarmato, e cioè che la mamma in questione spiega candidamente che “…gli ho dato uno schiaffo. Sono due giorni che non va a scuola, ogni volta ne inventa una nuova, sì, ho perso la pazienza”.
Ora – per quanto io non mi senta mai sufficientemente titolata né in gamba da poter giudicare l’operato degli altri genitori, perché ogni situazione è a sé e in situazione è molto facile sbagliare – penso ci siano dei minimi sindacali su cui non è possibile transigere. Su cui non c’è proprio spazio per le bizze e le ragioni dell’infante, molto semplicemente, e la Regola non ammette eccezioni. I miei figli lo sanno con dogmatica certezza, nel senso che nella loro mente, su certe questioni, un’alternativa a quanto accade di solito non è nemmeno contemplata. Sono un esempio di simili basilari concetti l’andare a letto, lo stare a tavola, e naturalmente l’andare a scuola. Non che non nascano questioni, la mattina, quando è ora di alzarsi lavarsi vestirsi fare colazione uscire, e immancabilmente in fretta, per andare a scuola. Ma a queste questioni, quali che siano (a meno che si tratti di un febbrone da cavallo), semplicemente non viene riconosciuto il diritto di cambiare le cose. Dimmelo finché vuoi, che il gomito ti fa contatto col ginocchio e quindi non puoi andare a scuola, io lo capisco, che di andare a scuola non hai una gran voglia, ma questo non mi farà nemmeno passare per la testa di non portartici come tutte le mattine. Punto.

Il grande equivoco educativo dei nostri tempi, secondo me, è che per salvaguardare i sacrosanti diritti dei bambini, un concetto un tempo purtroppo alieno alla mentalità comune ( e per mia suocera l’ideale è ancora il bambino lobotomizzato), molti genitori rinunciano a insegnar loro doveri, a imporre regole, ad arrogarsi la responsabilità di molte scelte che li riguardano. Quasi tutti i genitori che conosco, se c’è da iscrivere il figlio al walking bus (un meraviglioso servizio offerto oggi da molti comuni: i bambini vanno a scuola a piedi, in gruppo, accompagnati da adulti volontari), chiedono a loro se ne hanno voglia o meno. Idem se c’è una festa, una gita organizzata tra famiglie, la cena da preparare, le vacanze da prenotare. Intendiamoci, non credo che sia sbagliato in certi casi sentire il parere dei bambini, anzi, credo che sia importante che si sentano ascoltati, ma a parte il fatto che ci sono cose non opinabili, la responsabilità finale di una scelta a mio parere deve rimanere nelle mani dei genitori.

Perché trovo una inquietante correlazione tra questa attitudine rinunciataria di tanti genitori e i ragazzini che in classe non rispettano i turni di parola, vagliano le proposte educative con il feisbucchiano criterio del “mi piace”, palesano candidamente tutto il loro fastidio di fronte a rilievi di tipo educativo.

E in questi casi mi spiace, ma gli schiaffi non li meritano i figli.

Giorno uno

Tornati domenica da qualche giorno di mare – le pulizie di fino non le ho ancora finite – staremo un paio di settimane a casa prima della transumanza in montagna, dove mi acquartiererò con i bambini fino a fine estate.

Loro hanno frequentato i centri estivi fino a fine giugno, perciò tecnicamente ieri è stato il primo giorno di bambini full-time. Ora, non è che io non ami passare del tempo con loro, non è che non mi intenerisca a sentire una che racconta le favole alle sue alunne immaginarie (…e il principe cavallò cavallò…) e l’altro che come da sua stessa definizione gioca con la sua fantasia (pdbsch ueeèèon waaam bibibibibibi PDBsch!!!), non è che non mi diverta ad essere stracciata ogni volta a Uno o a Monopoli, o a ballare  sulle note raffinate di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, o a mangiare biscotti di Didò nel ristorante appena allestito dalla piccola, o a leggere Harry Potter agli occhi sgranati del grande, non è che non mi inorgoglisca un po’ basita a sentire lui che mi dice Che poi, mamma, la domanda è una, alla fine: che cosa c’era, prima, e che cosa ci sarà, dopo? e lei che afferma Io sono, me stessa. Non è che non sia felice di passare l’estate con i miei figli.

E’ che proprio tutto il giorno è dura. Quando litigano e si accapigliano (Ha cominciato lui! No, lei!) e a me viene un nervoso ancestrale e incontrollabile; quando vanno d’accordo e mettono in piedi un’associazione a delinquere impermeabile a qualsiasi blandizie o minaccia, con addosso una ridarola che neanche i miei alunni; quando mi tirano in due direzioni opposte e devo chiudermi in bagno per avere un attimo di pace; quando ho finito di stirare e vorrei solo stendermi sul divano con un libro o sentire un’amica con calma e invece che bello mamma hai finito giochiamo a Indovinachi?; quando non ho voglia di pensare a scegliere e attuare la reazione educativamente più adatta alla situazione e mi parte uno scapaccione o, peggio, un urlo isterico, o, peggissimo, una concessione inopportuna, e mi sento una pessima mamma. In quei momenti non vedo l’ora che sia settembre.

Ma è solo il giorno uno e non ho ancora finito le pulizie di fino. Può andare meglio.