Dicono che è vero che ad ogni entusiasmo corrisponde stessa quantità di frustrazione

Quella meravigliosa sensazione che sempre coglie Unsasso all’inizio di un periodo nuovo (dell’anno, dell’estate, dell’anno scolastico): la percezione esaltante di avere davanti, e a disposizione, una prateria intonsa di giorni, da riempire di tanto, di tutto, con agio e buona lena, quell’idea entusiasmante e piena di energia, ecco, dura sempre meno. Non perché scemino entusiasmo ed energia, ci mancherebbe, ma perché si è nel frattempo fatta strada la consapevolezza sempre più solida che, molto semplicemente, il tempo è poco. Non è mica vero che ce n’è un giacimento ricchissimo che brilla lì davanti. E perciò solo selezionando con grande disincanto le priorità e calibrando con cura tempi e modi è possibile farsi un’idea realistica dei progetti a cui affezionarsi davvero. Altrimenti si va incontro a desolanti frustrazioni e/o si rischia di fare tutto male, o niente. Che come sempre son banalità, ma finché non te ne rendi conto da solo, non c’è verso.

Questo in generale. Ma per scendere nel particolare, parliamo di scuola.

Il Grande Obiettivo che da anni Unsasso immagina per la sua scuola è innalzarne la qualità della cosiddetta offerta formativa, e va da sé che

  1. non è certo una trovata innovativa, anzi dovrebbe essere l’obiettivo di ogni scuola, no?
  2. non è cosa che lei possa ottenere da sola.

Certo si dice sii il cambiamento che vorresti si realizzasse nel mondo, no? E Unsasso la trova una cosa assolutamente giustissima. E perciò da anni – oltre a cercare di migliorare costantemente il suo essere insegnante, con le sue classi – cerca di fare la sua parte anche al di fuori, delle classi, lavorando sodo a progetti e attività che le pare potrebbero portare la sua scuola in quella direzione del migliorare, sempre.

Quando era lì da poco Unsasso propose ai colleghi del plesso in cui insegna (sono pochi, le pareva bellissimo per darsi un’identità, una sinergia) una due giorni di team building con un formatore che conosceva, ma c’erano da sborsare 50 € e non se ne fece nulla.

Attaccava in bacheca articoli che trovava interessanti, lasciava in sala prof traccia dei corsi che frequentava, dei convegni cui partecipava, nella speranza di alimentare riflessioni, scambio di opinioni. Ma niente.

Poi si infilò in varie commissioni, per constatare amaramente che erano la sagra del nulla. Che se ne usciva con appiccicato un senso di inconcludente parecchio irritante, che giravano parole e discorsi vuoti, e quando Unsasso provava a lanciare un’idea concreta le davano la tara, come si dice dalle sue parti: le dicevano sì, ottima idea!, ma poi non se ne faceva nulla.

Allora Unsasso pensò che facendo la “funzione strumentale” – l’occasione si presentò di lì a non tanto – avrebbe potuto cercare di dare lei, una direzione diversa, e che chi avesse trovato condivisibile quel sogno di una scuola che punta in alto sarebbe venuto allo scoperto. Con la collega che condivideva con lei il compito hanno cercato di vivacizzare – per quanto possibile – i collegi: per raccontare i risultati Invalsi dell’Istituto, o gli esiti di un gruppo di lavoro sulle competenze, o delle rilevazioni di customer satisfaction, o dell’autovalutazione o qualsiasi cosa, facevano un po’ di show, cercavano di coinvolgere ciascuno a dire la sua, con l’idea che se ci sono dei cambiamenti in atto, delle novità, magari pure delle imposizioni, è non solo nostro dovere conoscerli, cercarne il senso, criticarli in senso costruttivo, ma è questo anche l’unico modo per non lasciarsene schiacciare, per non subirli passivamente, e per coglierne quanto di buono e utile per, appunto, migliorare. E credevano sinceramente che avrebbero saputo contagiare molta gente con il loro entusiasmo, che seppur molto lentamente le cose avrebbero cominciato a cambiare. Hanno cercato a vario titolo di coinvolgere i colleghi più vicini a collaborare, hanno proposto iniziative di formazione, e di autoformazione, hanno promosso consultazioni su temi vari e dibattiti, hanno cercato di realizzare progetti di ampio respiro, in cui per esempio fosse coinvolto un intero plesso, in cui ci si mettesse a riflettere e progettare insieme. Perché, sia chiaro, Unsasso non ritiene affatto di essere migliore di altri, anzi: nasce forse da un intrinseco senso di inadeguatezza questa sua tensione alla riflessione, al confronto, alla formazione costante, al mettersi in discussione, ma in ogni caso lei proprio è convinta che riflessione confronto formazione siano necessarie nell’insegnamento, linfa vitale senza la quale dopo un po’ ogni umana attività diventa pratica sterile, secca, imputridisce. Perciò sostanzialmente erano queste cose, che Unsasso voleva rianimare nella sua scuola, avida anche di imparare dalle esperienze pregresse dei colleghi più anziani, desiderosa di vedere sale prof in cui si parla (anche) di scuola, e non solo del colore della manicure, della ricetta delle arance candite e dell’ultimo marito della mamma di Tizio e Caio; corridoi in cui si respira, forte, la dignità e il senso altissimo del valore del lavoro di insegnante, in cui si procede tutti con un obiettivo chiaro. Che non è andare a casa a mangiare la pastasciutta. Chissà perché si illudeva che anche qualcuno tra chi sognava la pastasciutta avrebbe gustato almeno un po’ il piacere di un’attività ben progettata, di un percorso di novità, di un lavoro ben fatto. Chissà perché non riesco mai mai mai ad impedirmi di essere così ingenua, maledizione! pensa adesso Unsasso.

L’ultimo atto è stata la presentazione del Ptof, nuova offerta formativa triennale, su cui Unsasso e la collega hanno speso le notti, e del Piano di Miglioramento, su cui ha speso più notti una collega, ma con senza dubbio una sana mano da parte loro (come è solo logico!): hanno potuto contare su un minimo aiuto da parte di un paio di volenterose, su qualche minima parola di incoraggiamento da parte di un altro paio di loro e hanno dovuto oggettivamente constatare lo zero coinvolgimento da parte di tutti gli altri, nonostante i tentativi di consultazione: l’idea era Siete le funzioni strumentali? È affar vostro. Il collegio durante la presentazione era diviso in due: quelli che chiacchieravano e quelli che si facevano i cazzi propri in silenzio. No, è ingiusto: c’era anche la collega che verbalizzava, e doveva stare attenta per forza. In realtà è ingiusto davvero: c’era, chi ascoltava, con ghigno scettico e aria di sufficienza. Pronto all’indomani (all’indomani eh, a mezza voce, negli androni: ce ne fosse stato uno che avviasse uno straccio di discussione durante!) a dire Tanto son sempre le stesse cose, Ma quante menate con ‘sta storia delle competenze!, Tanto ai ragazzini ormai non gli frega più di niente, Ma mi lasciassero andare in pensione, Ma noi queste cose le abbiamo sempre fatte!, Ma tanto non ci danno una lira in più perché mi dovrei sbattere? Ma dovevano proprio mettere un collegio in più? Ma se mi abbono a Gente la posso far passare per formazione?

Quindi, giusto per tracciare un bilancio: Unsasso ha fatto tutto quello che era in suo potere e che pensava fosse giusto per gettare le basi di un cambiamento, di un upgrade nella sua scuola, ora vede intorno a sé le stesse persone con cui era partita, i pochi che ci credevano allora e che ancora ci credono, troppo pochi per poter davvero fare qualcosa di significativo, nessuno nel suo plesso. Tutto il lavoro fatto è reputato inutile burocrazia dal 90% dei colleghi, che non si sognano di andare neppure a sfogliare i documenti prodotti. La formazione che partirà, anche se sarà obbligatoria per tutti, non troverà terreno fertile e quindi risulterà del tutto inefficace. Il motto di ciascuno è lasciamo tutto così com’è, lasciatemi entrare in classe, chiudere la porta e fare come ho sempre fatto, lasciatemi sparire in mezzo a tutti che così chi se ne frega di come faccio, basta che arrivi la fine del libro e io sono a posto, fatemi fare il minimo indispensabile di riunioni, di riflessioni, di ragionamenti,che se no mi va in malora la messa in piega.

Qualcuno forse si domanderà: ma il dirigente? Il dirigente è una da reparto psichiatrico. Ansiosa da fare schifo, nei tre giorni prima di una scadenza tempesta Unsasso e l’altra martire di mail e telefonate a qualsiasi ora: puoi essere in classe, a letto, al parco con i figli oppure al cesso ma ciò che veramente conta è che lei ha pensato che quella virgola a pagina 87 non ci sta bene e bisogna rifare. Nella sua testa sono tutti dei cretini, tranne lei, e tratta tutti da cani, tranne chi è in quel momento nelle sue grazie perché si fa un culo come un hangar e le toglie le castagne dal fuoco (lege: Unsasso e gli altri pochissimi, nemmeno tutti). E chi si mostra più arrogante di lei (lege: qualche genitore dei più orrendi). Deve assolutamente fare bella figura con gli altri presidi e perciò sgobba lei e fa sgobbare te, anche inutilmente, senza un briciolo di visione, senza nessuna in realtà capacità decisionale, nessuna razionalità. Non è in grado di assumersi la minima responsabilità e se anche è evidente che l’errore è suo sbologna colpe a destra e a manca senza ritegno. Ecco. Questa è la dirigente di Unsasso. Capirete che è dura.

Ora, lo scenario è questo: Unsasso si è fatta il culo, ma con questa dirigenza e questa pletora di colleghi non ne viene fuori nulla. Lei lo sa bene che i cambiamenti richiedono tempo, che occorre seminare e avere pazienza, ma ora deve riconoscere che ogni volta che ha visto un barlume di speranza accendersi, si è spento miseramente poco dopo: occorre anche essere spietatamente realisti e Unsasso è veramente l’ultima che riesce a strapparsi di dosso il suo congenito ottimismo. Quindi?

Quindi, visto che come si è detto all’inizio il tempo è poco, occorre imparare a focalizzare le energie là dove fruttificano. Perciò Unsasso deve radicalmente ripensare il suo spendersi nella scuola.

Però Unsasso è fatta così, proprio è più forte di lei: non ce la fa a dire è andata così, le contingenze sono tali per cui, hai fatto tutto quello che. E tre domande continuano a rimbalzarle in testa: dove ho sbagliato? cosa potevo fare di diverso? cosa magari posso ancora fare di diverso?

 

 

Mai paura, dice

la collega amica ironica, davanti a un collegio docenti piatto amorfo che l’entusiasmo l’ha perso anni fa

il figlio innamorato come solo a dieci anni, andando a consegnarle un biglietto d’amore

la mamma davanti alle bizze, le bizze, bizze da tutte le parti

la prof davanti alla Nana che già scappa, la Nuova che ci si accoda, la Silenziosa che già vegeta, il Chiuso che già si rimpicciolisce, lo Stonato che fatica a sintonizzarsi, il Ridarolo che sghignazza, il Saccentello che saccentella, Romanov che già si assenta, Bbellademamma che già triglia lo sguardo

mentre si chiede come farò ad avere occhi attenti per tutti voi?

 

Unsasso all’alba sotto l’acqua, mentre macina sotto le scarpe da corsa parecchio sonno arretrato e (almeno un po’ di) senso di inadeguatezza.

Equilibrismi

Dice da una parte ci sono quelli che la scuola deve essere 2.0, e bisogna fare ampio uso della tecnologia nel 2015, dall’altra quelli che il computer non lo sanno e non lo vogliono neanche accendere.

Da una parte quelli che le competenze sono l’obiettivo del nostro insegnamento e quindi chi se ne importa della Gloriosa rivoluzione e degli avverbi, dall’altra quelli che con ‘sta storia delle competenze tiriamo su degli ignoranti. Da una parte learning by doing come se piovesse, e tre mesi per creare un meraviglioso librone di riproduzioni di carte geografiche antiche, dall’altra lezioni frontali come se non ci fosse un domani.

Da una parte quelli che conta prima di tutto il benessere a scuola, e giù con circle time e giochi di ruolo, dall’altra quelli che queste sono tutte perdite di tempo.

Da un lato l’Invalsi da boicottare ché non tiene conto della creatività (sic!), dall’altro quelli che a momenti fanno fare solo prove a crocette.

Eccetera.

Sono le più varie le motivazioni di simili schieramenti, alcune in parte condivisibili addirittura, ma io trovo ci sia un sottile fil rouge sotteso a tutte, che è poi il sotteso di ogni estremismo: il voler scansare la fatica. Di (in)formarsi, approfonditamente, su ciascuna di quelle prospettive; di provare nuove strade, ma analizzando luci e ombre dei tentativi e riflettendoci con puntualità; di progettare con cura il proprio lavoro didattico; di osservare con attenzione le esigenze dei ragazzi e di ogni singolo gruppo classe, di chiarire prima di tutto a se stessi quali siano gli obiettivi da raggiungere (lo so, pare folle, ma avrei paura di ascoltare le risposte di un sacco di miei colleghi a domande come “con quali obiettivi fai questo lavoro?”, “quali obiettivi ti poni quest’anno?”…); di perseguire un fragile equilibrio tra quelle istanze, insomma, accollandosi vieppiù tutto il suo portato di frustrazione, incertezza e precarietà.

Perché è più facile pensare che fare programmazione a inizio anno equivalga a copiare l’indice del manuale, è più facile riciclare le stesse lezioni da vent’anni, gli stessi testi, e fotocopiare le verifiche del manuale dell’insegnante, è più facile entrare in classe e spiegare per un’ora, magari leggendo il libro e dicendo che cosa sottolineare, convincendosi che se si è “fatto” tutto il “programma” il nostro lavoro è finito. Ma è pure più facile fare tutto il tempo giochini senza costrutto, lasciare andare per la loro strada infiniti sciatti “lavori di gruppo” su argomenti marginali, far preparare inutili Power Point con paginate copincollate da Wikipedia, da leggere (male) al resto della classe, sentendosi con ciò pure molto “avanti”. È più comodo lamentarsi che “non studiano” che capire perché, e quali altre strade sono percorribili. Ma è più comodo anche spacciare per promozione del “benessere” dei ragazzi l’avallo dell’irresponsabilità, della scorciatoia, dell’appiattimento, della sciatteria.

C’è una qualche misura di tutte queste manchevolezze in ogni insegnante (io per prima so bene che a volte ho “tirato via”, come si dice), ma sono stufa di gente arroccata e superficiale nelle sale insegnanti, dove invece la ricerca di un sostanzioso equilibrio non dovrebbe stancarsi mai.

La Nana

È una ragazzina piccola piccola, minuta minuta, con uno stano viso da elfo, gli occhi allungati la boccuccia e il naso all’insù. Ti guarda seria, di taglio, ti studia con una certa diffidenza. Si muove leggera, solo dopo un po’ si decide a parlare. E parla come Aldo Baglio. Miiiii pròof, io affaringlèsncelafàaccio!!!!!! Garantisco che l’effetto è straniante assai.

Non ce la fa davvero, e non solo a fare inglese. E infatti a volte si chiude nell’armadio, a volte millanta malesseri vari per passare un po’ di tempo in infermeria (se dovessimo crederle avrebbe il ciclo quattro volte al mese), a volte va a casa prima della fine della giornata, con l’avallo della mamma, a volte sta a casa e basta, per giorni.

In classe la sua principale occupazione è: dormire. A meno che non ci sia qualcuno che si dedica a lei soltanto. Il che come immaginate non è sempre possibile. La sera va a letto tardi, non c’è verso di farle cambiare abitudine, un paio di volte è anche scappata di casa di notte per andare a vedere film a casa del suo tipo (pròof, lo sachemisonofattaltìipo?!). Giura che hanno davvero guardato film, perché lei l’amore lo farà solo con il grande amore. Mah.

Quando si riesce, a dedicarsi a lei completamente, passa il primo quarto d’ora a farsi passare la diffidenza, il secondo a farsi passare l’indolenza, il terzo quarto d’ora a fare quello che le chiedi con un impegno che non ci si crede (pròof peromidevediresevabbèene!), l’ultimo a raccontarti la sua vita a macchinetta, senza mai prendere fiato, con gli occhi che brillano e un sorrisetto complice. E tu illusa prof pensi l’ho acchiappata, e lei il giorno dopo dorme come quello prima, e alle tue richieste risponde con l’occhio a mezz’asta, o sta assente proprio.

Però dopo una festa la Nana maneggia la ramazza orgogliosamente leggiadra e in men che non si dica la classe riluce e lei sorride. Soddisfatta davvero.

Un momento ride con lo sguardo furbetto, il momento dopo si scioglie in pianto di tragedia, quello dopo ancora vomita improperi irripetibili addosso a chi reputa l’abbia offesa. Puzza di fumo che non si può starle vicino, una volta ha pure fumato nel bagno della scuola (nooooproòf micahoffumàato! misòappenavomitàata!!); un giorno vuole fare la cameriera, il momento dopo l’estetista, quello dopo ancora non vuole fare nulla perché pròof, miii, nonsòbuonadifareniéente!

Le abbiamo fatto firmare un “patto educativo” in cui si impegnava a venire a scuola, a fare il minimo che le richiedevamo, a comportarsi dignitosamente. Ha pianto sincera, ci ha abbracciate riconoscente, ha fatto promesse alla sua mamma. Il giorno dopo era assente.

La sua mamma sembra uscita da un film di Almodovar, ossa grosse e narici larghe, e pesanti orecchini a cerchio ai lobi allungati. Dice che lei lo sa che la ragazza ha delle difficoltà, che l’aveva detto alle maestre giù in Sicilia che secondo lei c’erano dei problemi, ma nessuno l’ha mai ascoltata, dice che lei non ce la fa proprio a comprare i libri, che le hanno dato un’altra volta lo sfratto, che il suo ex marito non paga gli alimenti, dice che non vuole che sua figlia si riduce a fare la badante come lei, che se vorrebbe ce la potrebbe fare a fare l’estetista. Che se vorrebbe imparerebbe tutto in un attimo come l’altro giorno che c’era quella canzone e ha imparato il balletto in un attimo Qiero baliar con tigo bibir con tigo… E attacca a cantare e ballare. Che la Nana ce la può fare a farsi un futuro.

La Nana sta seguendo un percorso diagnostico presso la Neuropsichiatria, ancora non sappiamo come andrà a finire. L’abbiamo inserita in un progetto contro la dispersione scolastica in collaborazione con un Istituto superiore della zona, che partirà a breve. Stiamo lavorando a un progetto interno di recupero pensato apposta per lei.

Ma ad immaginare quel futuro a me si stringe lo stomaco.

Quesiti irrisolti

Perché quando stiamo a scuola fino alle 20 a lavorare per la commissione, a farci il culo quadro per l’altra commissione, o per ricevere i genitori, alle 16 il riscaldamento viene spento e noi si deve lavorare, già che ci pagano una miseria, col cappotto addosso?

Perché la collega di sostegno, colei che si fa le unghie mentre sta con la ragazza paraplegica che le è stata assegnata (giuro), colei che poiché più anziana ha soffiato il posto alla precedente, bravissima, colei che ha cercato (ma con me è cascata malissimo) di cucirsi un orario senza buchi tra ore in plessi diversi e naturalmente senza pomeriggi, colei che affosserà definitivamente le possibilità scarse, eppure finora coltivate con amore, che la piccola Nana non abbandoni la scuola, perché costei non viene buttata fuori dalla scuola a calci in culo?

Perché ho chiesto all’altra collega di sostegno di dare una mano a W. e A. a prepararsi per l’interrogazione in storia tipo due mesi fa, e gliel’ho ricordato più e più volte (perché mi ha detto: sì però ricordamelo!), e ho scoperto venerdì non solo che non l’aveva ancora fatto, ma pure che tutta questa settimana è in permesso-studio?

Perché il Piano didattico personalizzato dei ragazzini con qualche Bisogno educativo speciale deve essere concordato in sede di Consiglio di Classe e in realtà lo fa il coordinatore e tutti gli altri firmano, senza nemmeno leggere?

Perché il carrozziere non ha ancora finito di mettermi a posto la macchina?

Elencoterapia

In questo periodo in cui i giorni e le incombenze precipitano incessantemente uno addosso all’altro, in questa fase di pericolose oscillazioni tra il senso di colpa e il vittimismo, in questo momento in cui vorrei scrivere di mille avvenimenti sensazioni riflessioni ma non ne ho il tempo e forse più neppur la testa, colgo al volo questo bello spunto di una cara blogamica, che appaga nel contempo la necessità della sintesi e la mia smodata passione per gli elenchi, la mia innata positività e la voglia di imparare dagli errori, e che mi par vieppiù terapeutico per le schizofrenie di stagione.

Ma lo voglio fare a modo mio, dedicando l’esercizio solo alla scuola, che ora come ora mi fagocita quasi del tutto, anche perché a spostare lo sguardo altrove mi verrebbe solo da piangere per la frustrazione, il senso di impotenza e l’ansia.

Alcune cose che mi rendono felice a scuola:

  • sentire l’urlo dal fondo del pullman della gita: “La prof. Unsassoverticale è la miglioreeee!!”
  • vedere che dopo anni mi vengono ancora a trovare alcuni ex alunni
  • conoscere di tanto in tanto colleghi che sono anche bellissime persone
  • camminare lungo un corridoio e sentir provenire dalle aule una dopo l’altra la musica suonata dai ragazzi, la voce di un alunno che legge, la sfuriata di una collega, una risata, un pc che si accende, un video in riproduzione, il sommesso vociare di una classe che dipinge
  • vedere i ragazzi che si alternano a spingere la carrozzina di G. nell’intervallo
  • trovare praticamente sempre sul tavolo della sala prof. qualcosa da mangiucchiare
  • vedere che a G. il sorriso è tornato sereno; che L. ha imparato a concentrarsi un po’ di più e arriva trionfante a consegnarmi la verifica, finita, cinque minuti prima dello scadere del tempo, con un impagabile sguardo d’intesa; che B. non si scoraggia più alla prima difficoltà urlando “Non capisco niente!!”; che M. è capace, dopo due giorni che l’ho ribaltata come un calzino, di venire a dirmi sua sponte “Ho ripensato all’accaduto, prof., e aveva ragione lei, perciò mi scusi”; che G. è più sicura di sé in modo sorridente e umile; che F. ha imparato a scrivere; che J. ha scoperto l’ironia per far fronte alle sue paure; che C. ha trovato un suo modo per essere serena; che D. ha finalmente l’insegnante di sostegno; che V. ama le materie umanistiche e vuole fare l’insegnante; che G. pare ai più un’ameba, ma suona il pianoforte divinamente e scrive pure poesie… E pensare che un pochino il merito è anche mio.
  • sentirsi dire “Mi piace proprio, la storia di quest’anno!” o “Ma lo sa prof che quando facciamo questi lavori di gruppo imparo meglio?” o “Possiamo recitare Manzoni? Io voglio fare Perpetua!”
  • sapere di aver dato il mio contributo per migliorare la mia scuola, da funzione strumentale, invece di criticare e basta
  • rinvenire in qualche zeppo faldone un lavoro proposto in classe qualche anno fa e trovarlo proprio ben fatto
  • essere invitata al tea party che i ragazzi hanno allestito con l’insegnante madrelingua, cucinando insieme gli scones, ovviamente tutto in english:foto

Alcune cose che mi rattristano a scuola, ma da cui posso imparare qualcosa:

  • non essere riuscita a organizzare l’attività di educazione al volontariato che mi ero proposta a inizio anno
  • non riuscire ad assaporare spazi e persone perché ho troppo da fare e corro come una pazza di qua e di là (fortuna che ieri hanno insistito per il tea party!)
  • vedere che Ar. poco appassionata era e poco appassionata resta; osservare che ad Al. cominciano a stare stretti i panni della brava ragazza e pare faccia di tutto per cacciarsi nei guai;  capire tardi che ad An. forse stanno tutti troppo addosso, e il ragazzo sta cominciando a gettare la spugna; rendersi conto che non sono riuscita ad insegnare a D. che non è sempre colpa di qualcun altro; non aver trovato il modo di far calare a V. l’ansia da prestazione; non essere riuscita a stimolare E. e M. come avrei voluto
  • non essere riuscita a fare il lavoro sui Muri che volevo a inizio anno
  • non essere riuscita a mantenere in vita il Circolo dei lettori
  • non essere riuscita a studiare nulla per conto mio quest’anno
  • avere la sensazione di non essere riuscita, se non in piccola parte, a scardinare quel galleggiamento in superficie di tanti ragazzi
  • sapere che l’anno prossimo non li rivedrò più

 

 

Concetti semplici #1

Perdonate ma ho sempre il Ph al minimo.

Ci sono certi concetti che a me paiono semplici ma alla maggior parte della gente che mi circonda no. O forse sono io che non sono in grado di farmi comprendere.

Se un ragazzino di quattordici anni dice “Che palle!” un po’ a mezza bocca davanti ad una mia proposta di lavoro io penso:

a. ha quattordici anni: praticamente è il suo mestiere dire che palle alle proposte degli adulti;

b. quali strategie posso mettere in atto per coinvolgerlo maggiormente nel lavoro?

d. certo deve imparare che non si può permettere di essere così maleducato.

Di conseguenza aspetto/faccio in modo di trovarmi da sola con lui e gli dico serafica qualcosa del tipo “Tesoro tu hai tutto il diritto di trovare noiose le mie lezioni, ma non ti puoi permettere di parlare così ad un adulto per di più tuo insegnante; ragiona sull’accaduto e domani voglio sapere l’esito dei tuoi ragionamenti.” Le volte che mi è accaduto il personaggio in questione è sempre venuto a chiedermi sinceramente scusa.

Di certo NON mi viene neanche un po’ da prenderla come un’offesa personale e NON mi sogno di mettermi a imbastir filippiche sui disgraziati giovani d’oggi.

Ora, non credo che serva un master in pedagogia applicata e psicologia dell’età evolutiva, e neppure anni di analisi e lavoro su di sé, per sviluppare un atteggiamento del genere. Penso che se fai l’insegnante vivaddio ti siano sufficienti un paio d’anni di frequentazione dei quattordicenni per renderti conto di come funziona, e se fai l’insegnante vuol dire che sei uscito, dall’adolescenza, e puoi permetterti di guardarla con un certo distacco, persino con professionalità.

Invece no. Direi che un buon 85% dei miei colleghi passa il Consiglio di Classe a sfogare la propria frustrazione, a cercare comprensione per il suo amor proprio ferito, a imbastir filippiche eccetera. Che palle. E se io dico cose come “ma hanno quattordici anni! se la prendiamo sul personale e gli facciamo le scenate isteriche non ci mostriamo tanto credibili, e soprattutto non stimoliamo la loro libertà” sono quella che li giustifica sempre; se dico “sai, io trovo che si appassionano molto quando lavorano in modalità cooperativa, o al pc, o con la LIM o una combinazione di tutte queste cose” sono quella che ha tanto tempo da perdere, quella “ma-possibile-che-debbano-sempre-averla-vinta-loro”.

Lo so, lo so che ultimamente non faccio altro che parlar male dei colleghi, ma lasciate sfogare me, almeno qui, ancora questa volta. A me pare tanto semplice: se hai di base questo atteggiamento qui, NON puoi fare l’insegnante. Punto. Non ci devi proprio arrivare in un’aula a far danni, in un Consiglio di Classe a piagnucolare anziché lavorare, bloccando il lavoro di tutti, davanti ad un essere umano in fase delicatissima a fargli pagare l’irrisolutezza del tuo povero ego! Sarebbe come se pretendessi di fare il chirurgo io che svengo anche solo a sentir raccontare l’operazione della miopia, lamentandomi che però cavolo mi fanno sempre svenire!