Chi dice che un sorriso non costa niente?

Unsasso, varcata la fatidica soglia dei quaranta, si concede di far della teoria. La teoria è questa: nella vita, meglio esser facce da culo.

Quando era giovane aveva un’amica – conoscente, diciamo – che era perennemente incazzata, sempre acida e infastidita da qualcosa. Ogni tanto succedeva che le girava dritta, e riusciva anche ad essere mediamente affabile. Uuuuhh a quel punto: tutti le giravano intorno solleciti, godendo riconoscenti della inusitata simpatia. E pure si prodigavano in ogni modo per non spezzare quel fragile incantesimo, per non rischiare di procurare nessun improvvido spostamento d’aria che mandasse a catafascio quel meraviglioso ed effimero castello di carte. E lei, Unsasso, a cui andava mediamente sempre tutto bene, non si capacitava.

O la sua Preside, per esempio, soggetta a sbalzi d’umore senza appigli: quando è in buona la gente si sente come se le sbocciassero fiori all’intorno.

Per non parlare poi dei parenti. Quanto più hanno il muso perenne, dandoti la sottile spiacevolissima costante sensazione che stai sbagliando qualcosa, tanto più, quando c’è bonaccia, ci si sente miracolati, e si gusta tutta quella rilassatezza con riconoscenza. Chi il sorriso ce l’ha sempre pronto, ed è mediamente felice di vivere, come Unsasso, tanto per dire, non gode affatto di tanta gioiosa gratitudine, così come non si tributa importanza a ciò che si dà per scontato.

Vero è che Unsasso non fa grande fatica ad assecondare la propria natura serena e positiva, e di certo non saprebbe essere diversa da così. Ma a volte le rode un po’ il culo lo stesso.

Bilanci quotidiani

Unsasso oggi può mettere a bilancio: 

  • numero due cazziatoni andati incredibilmente  per quanto provvisoriamente a buon fine (a figlio e marito);
  • numero due testi corretti (quello spedito da un’alunna e quello di un nipote);
  • numero due lavatrici fatte, stese, asciugate, piegate e messe via;
  • numero due telefonate belle (con suo padre, da parecchio tempo in una luna così dritta che fa quasi spavento, e con l’amica di sempre);
  • numero due gambe depilate + due mani e due piedi smaltati;
  • due livelli di Two Dots passati;
  • un giretto al mercato
  • una corsa
  • una passata di aspirapolvere
  • un libro finito (Vita dopo vita di Kate Atkinson: bello proprio, anche se il finalissimo non le è piaciuto)
  • un paesaggio da contemplare

  
 

Niente male!

Mamma Sasso/2

Ora, Unsasso non vorrebbe tediarvi con storie di figli, ma ha bisogno di conforto. A parte il fatto che, come si diceva, è arrivata al punto in cui anche solo il suono della parola “mamma” le procura un’orticaria subitanea e violenta, il fenomeno che le funesta più di ogni altro l’umore è questo: la presa di coscienza orripilante di quanto siano in certi momenti antipatici i suoi figli. Semplicemente e tristemente antipatici. Non sempre, grazie a Dio, ma ci sono momenti in cui il decenne viene còlto da scatti di nervosismo incoercibile perché le cose non vanno esattamente come dice lui, e altri (ma possono anche dannatamente coincidere) in cui la quasi ottenne è lagnosa, o prepotente, o anche (non chiedete come ciò sia possibile: lo è) tutte e due le cose insieme. Insopportabili. Che se fossero i figli di qualcun altro Unsasso penserebbe: “Mamma mia che antipatici, forse avrebbero bisogno di qualche sberlotto in più…”. Perché i bambini antipatici sono quasi più insostenibili degli adulti, antipatici. O forse questo è un assunto dettato più dalla sua attuale insofferenza al minore che altro. Fatto sta che vedere i suoi propri figli tanto urtanti, dà ad Unsasso delle pessime sensazioni. La prima, come è ovvio, è quella di aver fatto un lavoro educativo di merda, nonostante gli sberlotti più o meno metaforici che propina agli eredi con dovizia. E giù con elucubrazioni e senso di colpa à go go: dovresti dedicarti di più a loro, dovresti essere meno gelosa dei tuoi spazi, forse li fai sentire di peso, forse li rimbrotti troppo con i tuoi dover essere, forse sono da troppo tempo solo con te e manca un contraltare educativo (eh, appunto), forse forse forse…

Poi tornano simpatici, e Unsasso ritrova la speranza.

Ma intanto l’insano terrore di aver prodotto al mondo dei mostriciattoli scava i suoi tunnel, senza peraltro riuscire a darle delle certezze educative di pronta applicazione.

Capita anche a voi?

Mamma Sasso

Ecco diciamo che adesso anche basta. Unsasso è da praticamente un mese in montagna coi pargoli (e i nipoti: per una settimana a suo completo carico e per il resto del tempo con anche zia dell’altro ramo). Bello, eh, godersi i bimbi con ritmi finalmente più rilassati, giocare insieme, coccolarsi tantissimo, raccontarsi con calma. Bello, rigenerante. Ma tutto questo quasi costante dover essere presente, e interpellabile, questo essere punto di riferimento per dubbi sui compiti, litigi di ogni sorta, consigli e bisogni, tutto questo dover vigilare – su igiene e incolumità, tanto per dirne due – tutto questo dover essere mamma, insomma… alla lunga le pesa.
E si badi che Unsasso non è affatto la classica mamma “all’italiana”, che sta accanto alla progenie con indefessa sollecitudine, che si preoccupa per ogni microdifficoltà i suoi figli siano costretti ad affrontare, cercando più che altro di evitargliela, che passa le giornate in adorazione dei marmocchi, osservando e registrando ogni loro sputacchio nel mondo, che attribuisce alla simbiosi le caratteristiche del paradiso. Beh, probabilmente si sarà capito, ché una mamma simile sarebbe forse estasiata da un mese come quello che ha vissuto Unsasso finora. Unsasso no. Nonostante tenda a sguinzagliare eredi e connessi subito dopo la triade colazione-vestirsi-rifarsi il letto, per disinteressarsi di loro quasi completamente fino all’ora di pranzo, nonostante i suoi interventi nei litigi si limitino alle situazioni (più) sanguinolente, nonostante acconsenta di essere disturbata per i compiti solo nel caso in cui da soli proprio non ce la fanno, nonostante, insomma, non possa dire finora di non aver avuto parecchio tempo per sé, è da un paio di giorni che Unsasso è preda di una strisciante insofferenza, sbotta con con frequenza preoccupante e nel complesso si sente un po’ in trappola. E si sente pure un po’ in colpa, per di più.
Capita anche ad altre? O proprio è lei una madre degenere?

Un sasso in vacanza

Le vacanze di Unsasso si dipanano per la gran parte in montagna, lentamente, come ogni anno. Quest’anno sono funestate da un’assenza pressoché totale di Thestone (marito di Unsasso), fagocitato dal lavoro. Meglio averne troppo che non averne, ci si ripete, ma Unsasso comincia ad averne le palle piene e di spupazzarsi i pargoli da sola (ché all’ottomilionesimo “Mammaaa!” i nervi saltano quel filo) e di accudire il lavoratore che, quando c’è, è ridotto allo stato di larva. Per tacere del fatto che è da un po’ che la preoccupa la salute fisica e mentale di quell’uomo, e teme più che altro l’entità del di lui prevedibile crollo quando i ritmi si faranno di nuovo umani. Nella fattispecie quel momento sarà l’attesa partenza per la Grecia (geniale scelta della meta, nevvero?): ma magari la sorte del già pagato traghetto e della già pagata casa regaleranno loro (e a Thestone in particolare) quel tanto di tensione per non rischiare la crisi d’astinenza. Chissà.
Le suddette vacanze di Unsasso sono arrivate al termine di un anno affettivamente ed emotivamente più stabile del precedente, ma lavorativamente piuttosto massacrante (vi saranno risparmiati i particolari: basti sapere che qualche preziosa soddisfazione è qua e là emersa per Unsasso dal pantano composto – in parti uguali – da sensazione di non farcela, gente di merda e necessari compromessi; e tanto le basta per conservare il ben dell’intelletto ancora per un po’). Essendo le sue vacanze quelle dell’insegnante, sono, com’è noto, provvidenzialmente lunghe, e riempibili a piacere, ché si sa che agli insegnanti italiani è lasciata in larghissima misura la facoltà di decidere come e quanto fare il proprio mestiere – a fronte di uno stipendio uguale per tutti, peraltro. Ma non divaghiamo.
Come Unsasso ha dunque riempito le sue vacanze, finora? Complice un anno che, si diceva, l’ha lasciata stanchissima sì, ma non pesta come il precedente, la nostra si è trovata con molte più energie attive addosso di quante immaginasse, e può dirsi orgogliosa di:

  • aver festeggiato l’arrivo dei quaranta con stoicismo esemplare, anzi, con una festa come si deve e tutti i suoi tanti e diversi amici riuniti: gioia pura (cazzo, sei una donna!, non si capacita una voce dentro di lei, incredula eppure costretta alla resa dall’evidenza di quel numero così tondo);
  • aver tenuto a bada l’ansia di non riuscire a completare le catartiche annuali pulizie di fino prima di partire (non prima di aver sfrangiato i maroni a Thestone in merito, però), compensando con ampie sessioni di decluttering nella casa in montagna;
  • aver ripreso a fare foto, e questo è cartina al tornasole della sua capacità di assaporare la realtà, nel corso di un weekend in Umbria davvero rilassante;
  • aver ripreso a correre con ritmi decenti;
  • aver superato indenne una settimana sui monti completamente da sola con numero due figli più numero due nipoti – dai cinque agli undici anni: evitando brillantemente non solo il suicidio e lo sterminio di massa, ma anche l’alcolismo, riuscendo pure a trascinarli tutti pei boschi e a lavorare non poco: provvidenziali furono la disseminazione per casa di cartelli con ogni sorta di monito e regolamento, e il rinvenimento in cantina di un vintagissimo Cluedo (quello di quando aveva otto anni);
  • essere riuscita ad autoaggiornarsi tantissimo, bevendosi letteralmente testi di studio che giacevano inesplorati da quasi un anno, e a progettare con puntiglio i percorsi di lavoro per la sua futura terza (di quello sulla mafia va particolarmente fiera): la sempre benvenuta riconferma, una volta di più, che non c’è nulla come l’attenta pianificazione, per abbattere l’ansia (va bene, sulla mania di controllo lavorerà col tempo);
  • aver letto 5 libri in un mese (esclusi quelli relativi alla scuola);
  • aver ripreso a scrivere;
  • aver avuto il tempo perfino per un paio di caffè/birrette: che sono per Unsasso metafore di tempo disteso e chiacchiere di sostanza;
  • essersi ricordata – meglio tardi che mai – di sostituire le gomme da neve.

Insomma, si fanno progressi.

Un sasso. Verticale?

Unsasso è verticale perché qualcuno ce l’ha messo, non sa alzarsi in verticale da solo. Unsasso è pesante, tende a stramazzare. Una mano delicata e paziente può cercarne l’equilibrio precario. Unsassoverticale non è l’equilibrio, è la minuziosa costante ricerca, dell’equilibrio. Sogno di elevazione, desiderio di superarsi. Forse, distinguersi.

Guarda fiero di sé l’orizzonte, gli altri verticali intorno, il grande mare; si sente pronto, financo all’onda che spumeggia improvvisa su dagli scogli. Poi spancia. E si ritrova appiattito insieme a molti altri. La faccia nel fango o volta al cielo. Ci sta poi male? Lui che può vantare di aver conosciuto la verticalità?

Aiuto. Sì, sa chiedere aiuto. Perché in fondo lo sa, di essere fatto per quella astrusa mai decisa verticalità.

Unsasso sa essere contundente. Sa essere ottundente. Ottuso. Duro refrattario respingente. Ma si lascia levigare dalla pazienza dell’acqua, dalle blandizie del vento. La tempesta lo abbatte, ma finora non ha saputo spezzarlo.

Unsassoverticale sa anche essere croda, asperità che è però appiglio, abbraccio di roccia. Sentiero impervio e assolato, sorpresa di orizzonte dietro un costone, salita ombrosa di bosco. Vertigine che spera di essere scalata.

Unsasso è nudo senza orpelli, ama le semplici decorazioni naturali della sua superficie compatta, ma vorrebbe a volte essere fiore o pigna. Invece, è Sasso e basta.

Piezz’ e core

C’è qualcosa di zen nel fatto che all’apice della bella stagione le giornate iniziano a tradimento ad accorciarsi, così come nel cuore dell’inverno iniziano impercettibilmente ad allungarsi un po’. Ma diciamo che l’apprezzo con più slancio in dicembre.

C’è forse qualcosa di simile nel guardare i miei figli in questo momento magico – in cui non sono più, finalmente, nella fase della dipendenza totale da me, stanno anzi sbocciando con tutta la prepotenza che ci mette in questi casi la vita, sono splendidi ai miei occhi, vivono ogni cosa con slancio, in ogni attimo diventano grandi di un altro po’, ma si confrontano ancora con fiducia e curiosità, e ancora fanno le fusa sereni nel mio abbraccio – guardarli, dicevo, e percepire con sottile bastarda lucidità che non durerà ancora a lungo, che quest’epoca sciaguratamente meravigliosa finirà tra non tanto. Ed è un bel dire che sarà una bella avventura e una sfida il futuro, è un bel dire che ogni stagione della vita sarà bella in sé, è un bel dire che bisogna viversi il presente senza seghe mentali: a me si conficca un dolore affilato in mezzo al petto e la felicità perfetta del guardarli mi si incrina un momento dopo. Poi razionalizzo e via. Ma la consapevolezza che indietro non si torna a volte fa proprio male.