Quello che ci insegnano i figli

Un giorno mamma di un compagno di mio figlio G. racconta preoccupata che il piccolo rom che c’è in classe, a cui darò il nome di fantasia di Roman Compagnovic, è un picchiatore di professione, ha preso di mira in particolare suo figlio ma se la prende un po’ con tutti, a volte rischia di fare male tanto, come quella volta che ha colpito lo schienale della sedia e solo per poco non la schiena di suo figlio, e poi soprattutto impone il silenzio alle sue vittime.

A casa un po’ allarmato, soprattutto per dei segni che aveva G. sul collo qualche giorno prima a cui non aveva dato peso G. per primo, mio marito gli chiede con ben simulata nonchalance: “Ehi G., ma che mi racconti di Compagnovic?”

“E che ti devo raccontare, poverino, molti compagni gli danno dello zingaro! E’ vero che ogni tanto alza le mani, però con me non l’ha mai fatto. Dicono che ruba, e che i suoi genitori hanno le macchine grosse perché rubano! Ma io dico: come fanno loro a saperlo? Infatti gliel’ho anche detto Ma come fate voi a esserne sicuri? e loro non hanno saputo che cosa rispondere. E poi io dico: mettiamo pure che i suoi genitori siano zingari: mica deve per forza esserlo anche lui!”

“…”

“E comunque si chiama Roman”

Fino a che punto?

Quello del “fino a che punto?” è un quesito che più volte si è affacciato alla mia esistenza. Fino a che punto pretendere da un alunno, da un figlio, per stimolarlo senza pressarlo? Fino a che punto mostrarsi disponibili senza apparire remissivi? Fino a che punto dare confidenza, essere aperti e generosi di sé senza essere invadenti o inopportuni? Certo, si sa, non esiste una ricetta e la situazione e l’intuito ci fanno di volta in volta da guida. Ma se ci sono contesti e momenti personali che ci fanno sentire capaci e brillantemente equilibrati, in altre fattispecie persone e stati d’animo ci mettono in difficoltà. Almeno a me succede così.

La mia domanda oggi è: fino a che punto, se qualcuno soffre mostruosamente per qualcosa, accogliere il suo dolore con tutto l’impatto che può avere su di te, sulle tue scelte, sulle tue opinioni, sul tuo stesso benessere? E come cambiano i dosaggi se la sofferenza è causa tua? E se invece soffre perché ha fatto soffrire te?

La copertina di Linus

Mi è già capitato in diverse occasioni. Una collega e la mamma di un compagno di mia figlia le più recenti. Le incrocio spesso, ma senza averci a che fare mai direttamente, e non posso impedirmi di pensare “Che faccia di m***a!”. Labbra serrate, palpebra sprezzante, sopracciglio arcigno. Odiose.

Poi capita che per un motivo o per l’altro vengo ad averci a che fare direttamente. E scopro che si tratta di persone positive, simpatiche, rigorose ma ironiche, senza dubbio intelligenti.

E’ la vecchia storia del libro e della copertina, delle generalizzazioni rassicuranti ma inefficaci, quelle belle cose che si sanno benissimo, in teoria, ma che finché non ci sbatti addosso nella pratica non le interiorizzi (come si dice in didattichese), e anche dopo non è mica detto…

Perché in quel momento lì di insight respiri la ariosa libertà di vivere senza etichettare, la consapevolezza bella che senza preconcetti e giudizi affettati a naso si vive tanto meglio,  la sicurezza sostanziosa che l’apertura come abito mentale giova assai anche all’accoglienza di sé. Ma poi ci ricaschi alla prossima occasione, con stolida pervicacia.

Almeno, a me capita così.