Concetti semplici #1

Perdonate ma ho sempre il Ph al minimo.

Ci sono certi concetti che a me paiono semplici ma alla maggior parte della gente che mi circonda no. O forse sono io che non sono in grado di farmi comprendere.

Se un ragazzino di quattordici anni dice “Che palle!” un po’ a mezza bocca davanti ad una mia proposta di lavoro io penso:

a. ha quattordici anni: praticamente è il suo mestiere dire che palle alle proposte degli adulti;

b. quali strategie posso mettere in atto per coinvolgerlo maggiormente nel lavoro?

d. certo deve imparare che non si può permettere di essere così maleducato.

Di conseguenza aspetto/faccio in modo di trovarmi da sola con lui e gli dico serafica qualcosa del tipo “Tesoro tu hai tutto il diritto di trovare noiose le mie lezioni, ma non ti puoi permettere di parlare così ad un adulto per di più tuo insegnante; ragiona sull’accaduto e domani voglio sapere l’esito dei tuoi ragionamenti.” Le volte che mi è accaduto il personaggio in questione è sempre venuto a chiedermi sinceramente scusa.

Di certo NON mi viene neanche un po’ da prenderla come un’offesa personale e NON mi sogno di mettermi a imbastir filippiche sui disgraziati giovani d’oggi.

Ora, non credo che serva un master in pedagogia applicata e psicologia dell’età evolutiva, e neppure anni di analisi e lavoro su di sé, per sviluppare un atteggiamento del genere. Penso che se fai l’insegnante vivaddio ti siano sufficienti un paio d’anni di frequentazione dei quattordicenni per renderti conto di come funziona, e se fai l’insegnante vuol dire che sei uscito, dall’adolescenza, e puoi permetterti di guardarla con un certo distacco, persino con professionalità.

Invece no. Direi che un buon 85% dei miei colleghi passa il Consiglio di Classe a sfogare la propria frustrazione, a cercare comprensione per il suo amor proprio ferito, a imbastir filippiche eccetera. Che palle. E se io dico cose come “ma hanno quattordici anni! se la prendiamo sul personale e gli facciamo le scenate isteriche non ci mostriamo tanto credibili, e soprattutto non stimoliamo la loro libertà” sono quella che li giustifica sempre; se dico “sai, io trovo che si appassionano molto quando lavorano in modalità cooperativa, o al pc, o con la LIM o una combinazione di tutte queste cose” sono quella che ha tanto tempo da perdere, quella “ma-possibile-che-debbano-sempre-averla-vinta-loro”.

Lo so, lo so che ultimamente non faccio altro che parlar male dei colleghi, ma lasciate sfogare me, almeno qui, ancora questa volta. A me pare tanto semplice: se hai di base questo atteggiamento qui, NON puoi fare l’insegnante. Punto. Non ci devi proprio arrivare in un’aula a far danni, in un Consiglio di Classe a piagnucolare anziché lavorare, bloccando il lavoro di tutti, davanti ad un essere umano in fase delicatissima a fargli pagare l’irrisolutezza del tuo povero ego! Sarebbe come se pretendessi di fare il chirurgo io che svengo anche solo a sentir raccontare l’operazione della miopia, lamentandomi che però cavolo mi fanno sempre svenire!

Sono acida e non riesco a smettere

In questi giorni altro che verticalità: in realtà oscillo pericolosamente e stento a trovare un qualsivoglia equilibrio.

Mi innervosiscono tutti. Quelli che vanno a fare la passeggiata al centro commerciale e con la loro andatura vacanziera sbarrano il passaggio al mio carrello modello shuttle, con il quale cerco di battere il record di spesa più veloce del mondo mentre mi chiedo quanto resta da vivere al nostro bellissimo parco comunale, disertato anche oggi che c’è il sole. Quelli che a cinquant’anni inventano scuse assurde per giustificare le puttanate che hanno fatto (“no ma guarda che io ho scritto un biglietto accusatorio, ma guarda che era proprio gentile e pacato, alla mamma della tua alunna disabile pensando in perfetta buona fede che tu sapessi che dava fastidio al mio alunno, perché tre mesi fa avevo raccontato alla tua collega di matematica che nell’intervallo aveva cercato di baciare quell’altro mio alunno e davo per scontato che lei, come avrei senz’altro fatto io al suo posto, avesse informato tutto il consiglio di classe dell’accaduto e fatto gli opportuni collegamenti!”). Quelli che a cinquant’anni si offendono perché l’insegnante di recitazione assegna loro una parte in cui “non si ritrovano” nel saggio di fine corso (e non sto parlando della Paolo Grassi, naturalmente), contano le battute che hai tu e siccome sono tantissime in più delle loro ne deducono che siete la cocca del docente. Quelli che si sentono perseguitati ed esclusi dal mondo e nemmeno li sfiora l’idea che magari la loro incapacità totale di sorridere ed ascoltare abbia una parte in tutto questo.

Quelli che hanno da ridire di tutti e su tutto e sputano acide sentenze a trecentosessanta gradi con la stessa indefessa dedizione di una bocchetta dell’irrigazione… Tipo te in questo momento? suggerisce Calvin.

E qui il loop si incarta. Ma non è che l’illuminazione riesca ad alzarmi il pH, anzi.