Per mano

Dissero Prendetevi per mano. A destra Unsasso mise la sua nella mano calda praticamente smisurata di suo marito. 

A sinistra.

A sinistra una mano bianca. Ossuta nodosa. Liscia liscia con la pelle quasi trasparente tesa sulle ossa. Fresca.

Unsasso provò potentissima deflagrante la sensazione di tenere ancora una volta la sua mano. Si vide proiettata in un attimo dentro quel tinello che non esiste più, la scatola di latta dei biscotti sempre ben fornita per tutti i nipoti e i pronipoti. Sempre una storia da ascoltare. Sorrisi sorrisi sorrisi. Risentì nitida la sua voce che la chiamava Gioia, o Tata. Quel tocco lieve le fece rivivere come se fossero presenti lì davanti i momenti più assolati della sua infanzia, una dolcezza caldissima e avvolgente, un amore certissimo incrollabile e senza confini. Ad Unsasso si ruppe la voce e non riuscì più ad emettere suono.

Ti voglio bene anch’io, nonna.

Di diversa fratellanza

Mio fratello ha cinque anni meno di me. Da piccoli più che giocare insieme “lo facevo giocare”, ché paziente la sono sempre stata. Io solare ed estroversa, lui ombroso e schivo, di poche parole. Mi faceva un sacco di dispetti, perché sostanzialmente è sempre stato geloso. Io ero brava a scuola, esibizionista e chiacchierona, e riscuotevo sempre successo, anche facile, per la verità: lui tutto il contrario. Timido, chiuso, rinunciatario, rendeva la metà di quello che valeva davvero, in più era cagionevole di salute, e ha incontrato sulla sua strada insegnanti incapaci e disattenti, che non hanno mai saputo valorizzarlo. A me questa cosa faceva stare malissimo. Volentieri enfatizzavo i miei eventuali fallimenti; passavo con lui i pomeriggi per cercare di insegnargli a ripetere la lezione con sicurezza e agilità, a rimpastare i magari pochi concetti posseduti traendone un’esposizione brillante, la mia specialità; mettevo in risalto la sua innata abilità per gli sport in confronto alla mia pigrizia. Lui finita l’età dei dispetti mi trattava con distacco, quando non con ostentata indifferenza. Negli anni della mia adolescenza lui era ancora un bambino, e siamo stati per parecchio tempo lontani. Negli anni in cui avremmo potuto incominciare a riavvicinarci snobbava ogni mio tentativo di complicità, talvolta con una certa cattiveria. Così ho smesso. L’ho lasciato in pace, sostanzialmente, ma ho sempre cercato di fargli capire che per lui la mia porta sarebbe stata sempre aperta, in qualsiasi caso. Non lo dico per fare la parte della brava personcina, per me era davvero così: non sarei mai riuscita a “chiudere”, con lui. Era mio fratello. Una parte di me. Mi avrebbe fatto infinitamente più male tagliarlo fuori dalla mia vita che sopportare la sua ostilità.

Ma poi in generale io son fatta così, non è nelle mie corde scrivere la parola “fine” sulle relazioni, magari se mi son sentita tradita mollo un po’ il colpo, non che non ci resti male, ma mi viene naturale pensare che le relazioni evolvono, come le persone, e mai e poi mai sarei in grado di far pesare alle persone le mie deluse aspettative nei loro confronti. Devo dire che nella vita non ho mai subito particolari cattiverie dalle persone, e certo non sono proprio il tipo che si offende per poco, anzi, tendo a preferire ingoiare qualche rospo al creare dissapori. Non me ne vanto, eh, ché apparire una smidollata è un attimo, ma proprio non ce la faccio ad essere diversa da così, e se proprio proprio non è possibile lasciar correre, perfino per me, il mio modo di porre le questioni è talmente conciliante e tutto teso a far capire che però da parte mia non cambia nulla e che giammai porterò rancore e che comprendo le altrui ragioni eccetera, che a volte temo la mia comunicazione non sia stata del tutto efficace. Finora non ho trovato nessuno che se ne approfittasse però, devo dire, anzi. Perciò forse non è una modalità così inefficace. E d’altra parte non ne conosco altre: le volte che ho provato, a far la dura incazzosa, il risultato è stato grottesco, perciò mi son rassegnata, nonostante a volte proprio non mi piaccia, a guardarmi da fuori. Ma che ci posso fare? Uno dei propositi del nuovo anno è appunto accettarmi e basta, e non fingere di essere diversa da quello che sono.

Con mio fratello ha funzionato, comunque. Ho pazientemente aspettato che si costruisse la sua vita, che riuscisse a credere un po’ di più in se stesso – perché era tutto qui, alla fine – e tutto è cambiato. Lui è sempre taciturno e riservato, ma se c’è qualcuno con cui parla sono io, se c’è qualcuno su cui conta sono io, così come io so che posso contare su di lui. Non ho mai dubitato che mi volesse bene, neanche per un momento, e intuivo confusamente che il suo prendere le distanze da una sorella così ingombrante era giusto per lui, per la sua crescita.

Non c’è merito in questo, ripeto, proprio non avevo alternative. E infatti tutta ‘sta premessa è per dire che c’è però un caso, in cui la mia natura mi porta invece da tutt’altra parte. In cui io che paio incapace di provare rancore proprio divento una iena. Ed è qui che accade sotto i miei occhi. E lo affido al blog perché nell’immediato non posso sfogarmi con nessuno, ché mio marito è direttamente coinvolto e non posso farlo stare più male di quanto non stia già, e anzi con lui devo cercare di sdrammatizzare. Ecco: quando un fratello all’ennesimo sgarbo subìto dice a sua sorella maggiore una cosa come “Guarda che io con te non voglio litigare, e se ti parlo di queste cose è perché ti voglio bene, e infatti, vedi, io che sono un cerino son qui con il cuore in mano, e non sto alzando la voce come mi verrebbe molto naturale, perché voglio solo capire, se ti ho fatto qualcosa senza rendermene conto, e perché mi tratti così; perché io ti voglio bene e voglio solo che vadano bene le cose tra noi”, quando un fratello dice una cosa così e si sente rispondere “Non mi interessa”, allora qualcosa dentro di me si rompe. E quella sorella io vorrei gonfiarla di schiaffi. E non trovo giustificazioni che tengano per il suo comportamento, nemmeno le ferite che ha subito – e che peraltro ha subito suo fratello pure – mi consentono di guardarla con benevolenza, non mi basta compatirla per essere così irrisolta, così incapace di mettersi in discussione, così infantile, non riesco in alcun modo ad arginare dentro di me la rabbia che provo nei suoi confronti. Nella mia testa si snocciolano in una serie ininterrotta milioni di elaborati insulti che rivolgo al suo indirizzo, immagino cattivissime scene di nemesi, fatico fisicamente a stare nella sua stessa stanza.

Mi passerà, vi dico. Non è neppure la prima volta che si verifica un caso del genere e so che col tempo mi ammorbidirò, e ricomincerò a voler cercare con ostinazione solo il positivo. Ma per il momento non riesco a non covare la mia rabbia. E son già brava che ho cambiato titolo al post. Volevo intitolarlo Mia cognata è una stronza.

Le uniche al mondo

Non so dove attingessero quel potere, ma mi davano la sensazione di essere le uniche creature al mondo in grado di comprendere; di accettare in silenzio tutto il mio essere, anche ciò che io stessa non capivo, anche ciò che lasciavo sospeso prima che venisse a galla, intuizione frullante rimasta incompiuta e perciò vergine.

Quando uscivo sul pianerottolo di casa e me le trovavo davanti, a offrirmi tutta la luce di un giorno, al crepuscolo, o la fresca trasparenza del mattino nuovo, allora sapevo che tutto quello che ero in quel momento, tutto quello che sarei stata, era custodito in esse; sapevo che al loro cospetto potevo piangere, ridere con la gioia a scoppiarmi in gola, scoprirmi bella, sbagliare, intuire, e piangere. Al loro cospetto mi sentivo libera, autentica, coraggiosa. Eterna.

Mi bastava guardarle, perdere lo sguardo tra le crode, per sentire che loro sapevano, nella loro immota, millenaria, consapevole presenza. Era come se un arcano complice comunicare fluisse tra me e il palpitante cuore della roccia, come se una consapevolezza ancestrale ci facesse alfine annuire insieme su un Universo in cui tutto era al suo posto, e tutto era ancora da scoprire.

Sono passati tanti anni. Mi è difficile riuscire ancora a sentire che ogni cosa è al suo posto, nell’Universo. Preferisco credere che sia così, ma la tonda certezza della prima gioventù è un’altra cosa.

Ora distolta dal turbinare di un Universo di cui irrimediabilmente non sono più io il centro, a volte mi dimentico pure di guardarle. Magari le fotografo, le indico, le insegno ai miei figli, ma riservo loro solo di rado quello sguardo d’amore complice e senza ombre.

Ma quando succede le trovo sempre lì, non sono cambiate. Non hanno mai smesso di dirmi che posso essere libera, autentica, coraggiosa. Non hanno mai smesso di sapermi eterna.

Le mie montagne.

IMG_1479

Giorno uno

Tornati domenica da qualche giorno di mare – le pulizie di fino non le ho ancora finite – staremo un paio di settimane a casa prima della transumanza in montagna, dove mi acquartiererò con i bambini fino a fine estate.

Loro hanno frequentato i centri estivi fino a fine giugno, perciò tecnicamente ieri è stato il primo giorno di bambini full-time. Ora, non è che io non ami passare del tempo con loro, non è che non mi intenerisca a sentire una che racconta le favole alle sue alunne immaginarie (…e il principe cavallò cavallò…) e l’altro che come da sua stessa definizione gioca con la sua fantasia (pdbsch ueeèèon waaam bibibibibibi PDBsch!!!), non è che non mi diverta ad essere stracciata ogni volta a Uno o a Monopoli, o a ballare  sulle note raffinate di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, o a mangiare biscotti di Didò nel ristorante appena allestito dalla piccola, o a leggere Harry Potter agli occhi sgranati del grande, non è che non mi inorgoglisca un po’ basita a sentire lui che mi dice Che poi, mamma, la domanda è una, alla fine: che cosa c’era, prima, e che cosa ci sarà, dopo? e lei che afferma Io sono, me stessa. Non è che non sia felice di passare l’estate con i miei figli.

E’ che proprio tutto il giorno è dura. Quando litigano e si accapigliano (Ha cominciato lui! No, lei!) e a me viene un nervoso ancestrale e incontrollabile; quando vanno d’accordo e mettono in piedi un’associazione a delinquere impermeabile a qualsiasi blandizie o minaccia, con addosso una ridarola che neanche i miei alunni; quando mi tirano in due direzioni opposte e devo chiudermi in bagno per avere un attimo di pace; quando ho finito di stirare e vorrei solo stendermi sul divano con un libro o sentire un’amica con calma e invece che bello mamma hai finito giochiamo a Indovinachi?; quando non ho voglia di pensare a scegliere e attuare la reazione educativamente più adatta alla situazione e mi parte uno scapaccione o, peggio, un urlo isterico, o, peggissimo, una concessione inopportuna, e mi sento una pessima mamma. In quei momenti non vedo l’ora che sia settembre.

Ma è solo il giorno uno e non ho ancora finito le pulizie di fino. Può andare meglio.

 

La mia nonna

La mia nonna era la maestra del paese, e al suo funerale la bara l’hanno portata a braccia i suoi alunni più disgraziati e amatissimi, come da sua esplicita richiesta.

La mia nonna anche quando non usciva più di casa aveva sempre una collana intonata al vestito e anche quando non usciva più dal letto ogni tanto chiedeva un pettine perché bisogna essere in ordine.

La mia nonna – dicono – era la più bella del paese, ma odiava essere fotografata o essere al centro dell’attenzione.

La mia nonna detestava con tutte le sue forze il formaggio, in qualsiasi forma, e la televisione.

Qualche tempo prima di andarsene, storta e nodosa e piena di dolori, aveva detto “Ora come ora la mia vita non la augurerei a nessuno. Però non ho voglia di morire”.

La mia nonna non tollerava l’idea di essere un peso per gli altri, ma non le pesava mai niente.

Era  generosa in modo esagerato, ma a se stessa non concedeva quasi nulla: c’erano solo due cose su cui non ammetteva compromessi, il caffè e i biglietti di carta a mano, che comprava e consumava in quantità industriali, e solo di ottima qualità.

La mia nonna sapeva milioni di storie, ha insegnato a tutti i nipoti e i bisnipoti poesie e filastrocche, e mi cantava sempre “grazie, dei fior…”.

Lei ricordava compleanni ed onomastici di tutti i parenti di qualsiasi grado e per ciascuno escogitava sempre qualcosa di speciale.

La mia nonna sapeva ascoltare senza interrompere e senza giudicare, e qualunque estraneo conosciuto per caso su un treno finiva per raccontarle la sua vita nel tempo di un viaggio, e la sua casa era sempre piena di gente.

Trovava sconveniente alzarsi più tardi delle 6.30, anche quando era malandata e non aveva più nessun nipotino bisognoso delle sue cure, e andare a riposare al pomeriggio era roba da andarsi subito a confessare.

La mia nonna aveva lo sguardo sempre meravigliato dei bambini, e ha passato la vita a tessere e dipanare la mitologia familiare, di cui si sentiva parte con immensa gratitudine.

Aveva una capacità formidabile di non accorgersi dei torti subiti e di sentirsi onorata dal più insignificante gesto d’attenzione.

La mia nonna amava il nonno di una tenerezza totale, ed era per lui tutto, e io ora porto la sua fede nuziale accanto alla mia, con riconoscenza, e orgoglio.

Mi ha insegnato l’accoglienza, la fiducia, l’amore per la vita.

E’ volata via due anni fa oggi, e mi manca tanto.

Dell’innaffiare il giardino

Oh bello innaffiare il giardino, per far coraggio al verde!

Dar acqua agli alberi assetati! Dài più che basti e

non dimenticare i cespugli delle siepi, perfino

quelli che non dàn frutto, quelli esausti

e avari. E non perdermi di vista,

in mezzo ai fiori, le molte erbe, che hanno

sete anche loro. Non bagnare solo

il prato fresco o solo quello arido:

anche la terra nuda tu rinfrescala.

B. Brecht

Dedicato agli insegnanti che amano il proprio lavoro, e a tutti. Buona Pasqua!