Elencoterapia

In questo periodo in cui i giorni e le incombenze precipitano incessantemente uno addosso all’altro, in questa fase di pericolose oscillazioni tra il senso di colpa e il vittimismo, in questo momento in cui vorrei scrivere di mille avvenimenti sensazioni riflessioni ma non ne ho il tempo e forse più neppur la testa, colgo al volo questo bello spunto di una cara blogamica, che appaga nel contempo la necessità della sintesi e la mia smodata passione per gli elenchi, la mia innata positività e la voglia di imparare dagli errori, e che mi par vieppiù terapeutico per le schizofrenie di stagione.

Ma lo voglio fare a modo mio, dedicando l’esercizio solo alla scuola, che ora come ora mi fagocita quasi del tutto, anche perché a spostare lo sguardo altrove mi verrebbe solo da piangere per la frustrazione, il senso di impotenza e l’ansia.

Alcune cose che mi rendono felice a scuola:

  • sentire l’urlo dal fondo del pullman della gita: “La prof. Unsassoverticale è la miglioreeee!!”
  • vedere che dopo anni mi vengono ancora a trovare alcuni ex alunni
  • conoscere di tanto in tanto colleghi che sono anche bellissime persone
  • camminare lungo un corridoio e sentir provenire dalle aule una dopo l’altra la musica suonata dai ragazzi, la voce di un alunno che legge, la sfuriata di una collega, una risata, un pc che si accende, un video in riproduzione, il sommesso vociare di una classe che dipinge
  • vedere i ragazzi che si alternano a spingere la carrozzina di G. nell’intervallo
  • trovare praticamente sempre sul tavolo della sala prof. qualcosa da mangiucchiare
  • vedere che a G. il sorriso è tornato sereno; che L. ha imparato a concentrarsi un po’ di più e arriva trionfante a consegnarmi la verifica, finita, cinque minuti prima dello scadere del tempo, con un impagabile sguardo d’intesa; che B. non si scoraggia più alla prima difficoltà urlando “Non capisco niente!!”; che M. è capace, dopo due giorni che l’ho ribaltata come un calzino, di venire a dirmi sua sponte “Ho ripensato all’accaduto, prof., e aveva ragione lei, perciò mi scusi”; che G. è più sicura di sé in modo sorridente e umile; che F. ha imparato a scrivere; che J. ha scoperto l’ironia per far fronte alle sue paure; che C. ha trovato un suo modo per essere serena; che D. ha finalmente l’insegnante di sostegno; che V. ama le materie umanistiche e vuole fare l’insegnante; che G. pare ai più un’ameba, ma suona il pianoforte divinamente e scrive pure poesie… E pensare che un pochino il merito è anche mio.
  • sentirsi dire “Mi piace proprio, la storia di quest’anno!” o “Ma lo sa prof che quando facciamo questi lavori di gruppo imparo meglio?” o “Possiamo recitare Manzoni? Io voglio fare Perpetua!”
  • sapere di aver dato il mio contributo per migliorare la mia scuola, da funzione strumentale, invece di criticare e basta
  • rinvenire in qualche zeppo faldone un lavoro proposto in classe qualche anno fa e trovarlo proprio ben fatto
  • essere invitata al tea party che i ragazzi hanno allestito con l’insegnante madrelingua, cucinando insieme gli scones, ovviamente tutto in english:foto

Alcune cose che mi rattristano a scuola, ma da cui posso imparare qualcosa:

  • non essere riuscita a organizzare l’attività di educazione al volontariato che mi ero proposta a inizio anno
  • non riuscire ad assaporare spazi e persone perché ho troppo da fare e corro come una pazza di qua e di là (fortuna che ieri hanno insistito per il tea party!)
  • vedere che Ar. poco appassionata era e poco appassionata resta; osservare che ad Al. cominciano a stare stretti i panni della brava ragazza e pare faccia di tutto per cacciarsi nei guai;  capire tardi che ad An. forse stanno tutti troppo addosso, e il ragazzo sta cominciando a gettare la spugna; rendersi conto che non sono riuscita ad insegnare a D. che non è sempre colpa di qualcun altro; non aver trovato il modo di far calare a V. l’ansia da prestazione; non essere riuscita a stimolare E. e M. come avrei voluto
  • non essere riuscita a fare il lavoro sui Muri che volevo a inizio anno
  • non essere riuscita a mantenere in vita il Circolo dei lettori
  • non essere riuscita a studiare nulla per conto mio quest’anno
  • avere la sensazione di non essere riuscita, se non in piccola parte, a scardinare quel galleggiamento in superficie di tanti ragazzi
  • sapere che l’anno prossimo non li rivedrò più

 

 

Oscillo ancora

E’ necessario sospendere l’urgenza classificatoria, il bisogno che ciascuno di noi ha di ridurre la complessità che ci sta intorno attraverso generalizzazioni concettuali

(letto qualche tempo fa su un qualche numero che non ricordo di Scuola e Didattica, in un articolo di non so chi, che parlava credo di relazione educativa – ok se a qualcuno dovesse interessare posso reperire tutte le informazioni, ma ehm, come dire: Calvin non mi ha permesso di essere così ottimista)

Ecco, questo monito nasce per orientare l’atteggiamento degli insegnanti (e io lo scolpirei sulle pareti della sala professori, della presidenza e pure della bidelleria, da tanto mi sembra opportuna, e opportunamente ignorata – anche da me, eh!), ma mi viene incontro anche quando il pH mi crolla fuori controllo, tipo l’altro giorno. O quando mi aggiro per il web, come poco fa, e mi travolge letteralmente lo tsunami di tutte le cose che non so, di tutte le cose che vorrei o dovrei sapere ma non so; di tutte le cose che vorrei o dovrei fare – o che qualcuno si aspetta che io faccia – e non faccio. Annaspo. Datemi qualche facile generalizzazione che tutta questa complessità mi sta schiacciando. Che voto diamo a questo sasso verticale così poco in equilibrio?

One thing at the time and that done well, ripeteva mio padre come un mantra quando ero piccola. E’ una cosa che aiuta, contro l’ansia classificatoria.