Precipitevolissimevolmente

La mia nonna mi ha insegnato che è la parola più lunga che c’è, e rappresenta bene le mie giornate di questi tempi, e le giornate di più o meno tutti di questi tempi. Giornate infinite, e talmente zeppe di ogni possibile occupazione incastrata al millimetro che paiono contenere sessantaquattro ore alla volta, con il duplice effetto che al martedì ho la sensazione che sia già passata una settimana intera, e al venerdì mi sembra di essere precipitata dalle alture del lunedì nel tempo di una sola presa di fiato.

Bene così, però, ché l’anno scorso avevo fame di nuove sfide e ora – al di là del riuscire a turbinare leggiadramente da un impegno all’altro e far fronte a tutto –  me ne sbocciano all’intorno a tutt’andare. E così della mia vita continuo ad essere molto soddisfatta.

Tanto per cominciare c’è la funzione strumentale, che condivido con una collega carissima che è il mio perfetto contraltare, perché a parità di voglia di lavorare (tanta) lei è più concreta di me, così smorza i miei eccessi di idealismo mentre io offro a lei un quadro teorico più rigoroso. Purtroppo abbiamo tutta una serie di scogli da superare: un bel po’ di piante grasse in commissione, che vedremo per la prima volta giovedì e che non credo abbiano ancora capito quanto lavoro verrà loro richiesto – e speriamo di riuscire a trovare il tono giusto per scuoterle senza irritarle; un Preside reggente – che a occhio e croce sembra anche essere una persona in gamba, quando c’è – che deve affidarsi e delegare parecchio per forza di cose a una vice che è completamente pazza, con scarsissime capacità relazionali, paranoica, vittimista e anche un po’ cattiva; una collega della primaria che si è ficcata in mezzo a far la funzione strumentale millantando competenze che in realtà non ha, e che già ha mandato avanti noi su un sacco di cose per poi criticarci: dovremo trovare il modo di disattivarla il prima possibile ma non sarà semplice. Il tutto condito dal mio a volte soverchiante ma molto altalenante senso di inadeguatezza. E se non è una bella sfida questa.

Poi il teatro. Mi offrono una parte moooolto tosta in una pièce di Fassbinder, un personaggio molto lontano da me e per di più in sostituzione di un’attrice che ha mollato, in uno spettacolo già montato, che è già andato in scena, e che è un pugno nello stomaco. Sono già state predisposte tre giornate di prove per inserire me, tre giornate in cui mi sentirò tutti gli occhi puntati addosso, in cui il regista (famoso per essere puntiglioso fino all’ossessione) mi dovrà torchiare per forza di cose, per farmi tirare fuori un personaggio che non è per niente nelle mie corde, per cui mi sento del tutto inadeguata e per cui non riesco ancora a capire in nome di quale astrusa ragione che non sia sadismo abbia pensato a me. Ovviamente mi attrae da matti, ma pure mi terrorizza. E un cartello lampeggiante con scritto SFIDA ci sta appiccicato sopra.

E nel frattempo c’è stato il compleanno di mia figlia (che per inciso ha iniziato la prima elementare), con nove bambini dai sei agli otto anni a mangiare la pizza a casa nostra – e questa NON è, una sfida da poco; mi è nato un nuovo nipotino; abbiamo organizzato un piccolo spettacolo di strada dedicato al cioccolato in occasione della “Notte fondente”; c’è il regalo per i prossimi quarant’anni di mio marito da predisporre – e deve essere speciale; il registro elettronico si impalla ogni due per tre; mio figlio grande ha iniziato a frequentare il gruppo Scout; il mio corso di teatro è ricominciato – in un gruppo nuovo; mi è capitata un’insegnante di sostegno che merita un post a parte e poi naturalmente ci sono loro, i miei ragazzi. La mia meravigliosa terza in cammino, di cui avrò modo di parlare più diffusamente.

 

Aria pesante

Ci sono persone che emanano energia negativa. Nessun discorso esoterico o pseudo-new age, è proprio una questione di inquinamento atmosferico.

Io penso di essere una persona generalmente positiva, mi viene molto spontaneo sorridere e anche se questa in alcune situazioni può essere pure un’agile maschera, mi dicono sia in ogni caso un’attitudine rasserenante, e rassicurante, per me per prima e anche per chi mi sta intorno. A me hanno insegnato che è bello cercare di “far andar bene le cose”, e anche se devi rinunciare a qualcosa di non fondamentale per il tuo equilibrio psichico, anche se devi adattarti a ritmi e categorie diversi da quelli a te usuali, anche se le cose non vanno esattamente come te le saresti aspettate amen, non è grave quanto rovinare l’atmosfera e la serenità generali. È proprio una visione della realtà che ho succhiato col latte materno e mi fa di solito vivere – tranne che in qualche situazione – piuttosto in pace con l’Universo.

Mi sono inoltre formata col tempo la convinzione che non si può pretendere dagli altri – sto parlando di persone adulte, naturalmente – più di quanto siano in grado di darti, quindi conviene mettersi l’animo in pace, perché se esiste una qualche opportunità di upgrade del loro modo di condursi, questa è solo in mano loro: ognuno di noi ha solo la possibilità di migliorare se stesso, e già questo è un lavoraccio, e se mai fosse possibile dare qualche imput in tal senso all’intorno, questo potrebbe avere un solo nome: gentilezza. In nessun caso funzionano arroganza, acidità e prepotenza.

Il problema si pone quando ti trovi giocoforza ad essere circondata o quasi da persone di tutt’altra formazione, che sembrano anzi avere come unica missione trovare quello che non funziona, quello che non va bene, quello che dovrebbe essere diverso; oppure persone talmente ripiegate su se stesse e vittimiste da arrivare ad alterare la realtà pur di ricondurla alla propria autocommiserativa visione; o in alternativa così convinte che le cose debbano essere diverse da riuscire a rovinare quello che c’è, perché non è quello che vorrebbero; persone perlopiù incapaci di apprezzare quel che di bello e luminoso la vita ha posto sulla loro strada; persone che così passano il loro tempo rigide, tese, con i muscoli e l’anima contratti, ammorbando l’aria intorno e rendendola irrespirabile. Persone che alla fine vivono male, ma che non riescono a muovermi a compassione per questo. E non mi vengano a raccontare che magari hanno molto sofferto nella vita, perché questa non la ritengo in nessun caso una giustificazione valida per un comportamento che faccia soffrire tutti ancora.

Ecco, se in un grande gruppo (a cui non è possibile sottrarsi) di persona così ce n’è una sola, di solito si riesce a neutralizzarla; ma se cominciano ad essere due o tre, peggio se della stessa famiglia, perciò ormai ben arroccate ciascuna nel suo ruolo e forti di decenni di prove e affinamento del copione, io non ce la faccio. Mi intossicano. E sono consapevole che il mio chiudermi ed imbruttirmi in questi casi non fa che alimentare i circoli viziosi già in atto, e che se mi sento così diversa non dovrei abdicare alla mia bella diversità così in fretta, sentendomi invece in grado di imprimere una inversione di tendenza. Almeno provandoci. O almeno, nella peggiore delle ipotesi, conservando la mia serenità per me. Anche perché io non faccio tanta fatica ad essere di solito diversa, mi viene anzi molto spontaneo, quindi non ne ho gran merito: sarebbe invece una partita sfidante proprio in simili occasioni.

Ma non ce la faccio. E finisce che mi sento una fallita anche io.

Senza luce

Dialogo nel buio è l’ormai famoso percorso allestito nella più totale assenza di luce all’Istituto dei ciechi di Milano. Ci ho portato i miei di seconda, la scorsa settimana, e anche per me era la prima volta.

Quella della luce è una metafora consunta, e sposta troppo valore su quello che è solo uno degli elementi della nostra percezione, della nostra conoscenza, della nostra interpretazione. E’ più una sineddoche, alla fine, e ci fa dimenticare che la parte non vuole escludere il tutto. Senza luce, invece, possiamo accorgerci di tutto il resto. E di quanto ci appiattiamo sulla prospettiva più facile e a portata di mano, nella nostra vita di “sani” senza più ostacoli o difficoltà, nel volo radente della velocità quotidiana. Di quanto la superficie sia comoda e allettante e di quanto il nostro dialogo con la realtà perda sapore, eviti il contatto, eluda l’ascolto.

Che l’essenziale è invisibile agli occhi lo sappiamo, ma ce ne dimentichiamo troppo spesso. Se vi capita, andateci: è un regalo per l’anima, di quelli da portare sempre con sé.