Un sasso. Verticale?

Unsasso è verticale perché qualcuno ce l’ha messo, non sa alzarsi in verticale da solo. Unsasso è pesante, tende a stramazzare. Una mano delicata e paziente può cercarne l’equilibrio precario. Unsassoverticale non è l’equilibrio, è la minuziosa costante ricerca, dell’equilibrio. Sogno di elevazione, desiderio di superarsi. Forse, distinguersi.

Guarda fiero di sé l’orizzonte, gli altri verticali intorno, il grande mare; si sente pronto, financo all’onda che spumeggia improvvisa su dagli scogli. Poi spancia. E si ritrova appiattito insieme a molti altri. La faccia nel fango o volta al cielo. Ci sta poi male? Lui che può vantare di aver conosciuto la verticalità?

Aiuto. Sì, sa chiedere aiuto. Perché in fondo lo sa, di essere fatto per quella astrusa mai decisa verticalità.

Unsasso sa essere contundente. Sa essere ottundente. Ottuso. Duro refrattario respingente. Ma si lascia levigare dalla pazienza dell’acqua, dalle blandizie del vento. La tempesta lo abbatte, ma finora non ha saputo spezzarlo.

Unsassoverticale sa anche essere croda, asperità che è però appiglio, abbraccio di roccia. Sentiero impervio e assolato, sorpresa di orizzonte dietro un costone, salita ombrosa di bosco. Vertigine che spera di essere scalata.

Unsasso è nudo senza orpelli, ama le semplici decorazioni naturali della sua superficie compatta, ma vorrebbe a volte essere fiore o pigna. Invece, è Sasso e basta.

Equilibrismi

Dice da una parte ci sono quelli che la scuola deve essere 2.0, e bisogna fare ampio uso della tecnologia nel 2015, dall’altra quelli che il computer non lo sanno e non lo vogliono neanche accendere.

Da una parte quelli che le competenze sono l’obiettivo del nostro insegnamento e quindi chi se ne importa della Gloriosa rivoluzione e degli avverbi, dall’altra quelli che con ‘sta storia delle competenze tiriamo su degli ignoranti. Da una parte learning by doing come se piovesse, e tre mesi per creare un meraviglioso librone di riproduzioni di carte geografiche antiche, dall’altra lezioni frontali come se non ci fosse un domani.

Da una parte quelli che conta prima di tutto il benessere a scuola, e giù con circle time e giochi di ruolo, dall’altra quelli che queste sono tutte perdite di tempo.

Da un lato l’Invalsi da boicottare ché non tiene conto della creatività (sic!), dall’altro quelli che a momenti fanno fare solo prove a crocette.

Eccetera.

Sono le più varie le motivazioni di simili schieramenti, alcune in parte condivisibili addirittura, ma io trovo ci sia un sottile fil rouge sotteso a tutte, che è poi il sotteso di ogni estremismo: il voler scansare la fatica. Di (in)formarsi, approfonditamente, su ciascuna di quelle prospettive; di provare nuove strade, ma analizzando luci e ombre dei tentativi e riflettendoci con puntualità; di progettare con cura il proprio lavoro didattico; di osservare con attenzione le esigenze dei ragazzi e di ogni singolo gruppo classe, di chiarire prima di tutto a se stessi quali siano gli obiettivi da raggiungere (lo so, pare folle, ma avrei paura di ascoltare le risposte di un sacco di miei colleghi a domande come “con quali obiettivi fai questo lavoro?”, “quali obiettivi ti poni quest’anno?”…); di perseguire un fragile equilibrio tra quelle istanze, insomma, accollandosi vieppiù tutto il suo portato di frustrazione, incertezza e precarietà.

Perché è più facile pensare che fare programmazione a inizio anno equivalga a copiare l’indice del manuale, è più facile riciclare le stesse lezioni da vent’anni, gli stessi testi, e fotocopiare le verifiche del manuale dell’insegnante, è più facile entrare in classe e spiegare per un’ora, magari leggendo il libro e dicendo che cosa sottolineare, convincendosi che se si è “fatto” tutto il “programma” il nostro lavoro è finito. Ma è pure più facile fare tutto il tempo giochini senza costrutto, lasciare andare per la loro strada infiniti sciatti “lavori di gruppo” su argomenti marginali, far preparare inutili Power Point con paginate copincollate da Wikipedia, da leggere (male) al resto della classe, sentendosi con ciò pure molto “avanti”. È più comodo lamentarsi che “non studiano” che capire perché, e quali altre strade sono percorribili. Ma è più comodo anche spacciare per promozione del “benessere” dei ragazzi l’avallo dell’irresponsabilità, della scorciatoia, dell’appiattimento, della sciatteria.

C’è una qualche misura di tutte queste manchevolezze in ogni insegnante (io per prima so bene che a volte ho “tirato via”, come si dice), ma sono stufa di gente arroccata e superficiale nelle sale insegnanti, dove invece la ricerca di un sostanzioso equilibrio non dovrebbe stancarsi mai.

Fino a che punto?

Quello del “fino a che punto?” è un quesito che più volte si è affacciato alla mia esistenza. Fino a che punto pretendere da un alunno, da un figlio, per stimolarlo senza pressarlo? Fino a che punto mostrarsi disponibili senza apparire remissivi? Fino a che punto dare confidenza, essere aperti e generosi di sé senza essere invadenti o inopportuni? Certo, si sa, non esiste una ricetta e la situazione e l’intuito ci fanno di volta in volta da guida. Ma se ci sono contesti e momenti personali che ci fanno sentire capaci e brillantemente equilibrati, in altre fattispecie persone e stati d’animo ci mettono in difficoltà. Almeno a me succede così.

La mia domanda oggi è: fino a che punto, se qualcuno soffre mostruosamente per qualcosa, accogliere il suo dolore con tutto l’impatto che può avere su di te, sulle tue scelte, sulle tue opinioni, sul tuo stesso benessere? E come cambiano i dosaggi se la sofferenza è causa tua? E se invece soffre perché ha fatto soffrire te?

Sono acida e non riesco a smettere

In questi giorni altro che verticalità: in realtà oscillo pericolosamente e stento a trovare un qualsivoglia equilibrio.

Mi innervosiscono tutti. Quelli che vanno a fare la passeggiata al centro commerciale e con la loro andatura vacanziera sbarrano il passaggio al mio carrello modello shuttle, con il quale cerco di battere il record di spesa più veloce del mondo mentre mi chiedo quanto resta da vivere al nostro bellissimo parco comunale, disertato anche oggi che c’è il sole. Quelli che a cinquant’anni inventano scuse assurde per giustificare le puttanate che hanno fatto (“no ma guarda che io ho scritto un biglietto accusatorio, ma guarda che era proprio gentile e pacato, alla mamma della tua alunna disabile pensando in perfetta buona fede che tu sapessi che dava fastidio al mio alunno, perché tre mesi fa avevo raccontato alla tua collega di matematica che nell’intervallo aveva cercato di baciare quell’altro mio alunno e davo per scontato che lei, come avrei senz’altro fatto io al suo posto, avesse informato tutto il consiglio di classe dell’accaduto e fatto gli opportuni collegamenti!”). Quelli che a cinquant’anni si offendono perché l’insegnante di recitazione assegna loro una parte in cui “non si ritrovano” nel saggio di fine corso (e non sto parlando della Paolo Grassi, naturalmente), contano le battute che hai tu e siccome sono tantissime in più delle loro ne deducono che siete la cocca del docente. Quelli che si sentono perseguitati ed esclusi dal mondo e nemmeno li sfiora l’idea che magari la loro incapacità totale di sorridere ed ascoltare abbia una parte in tutto questo.

Quelli che hanno da ridire di tutti e su tutto e sputano acide sentenze a trecentosessanta gradi con la stessa indefessa dedizione di una bocchetta dell’irrigazione… Tipo te in questo momento? suggerisce Calvin.

E qui il loop si incarta. Ma non è che l’illuminazione riesca ad alzarmi il pH, anzi.