Mamma Sasso

Ecco diciamo che adesso anche basta. Unsasso è da praticamente un mese in montagna coi pargoli (e i nipoti: per una settimana a suo completo carico e per il resto del tempo con anche zia dell’altro ramo). Bello, eh, godersi i bimbi con ritmi finalmente più rilassati, giocare insieme, coccolarsi tantissimo, raccontarsi con calma. Bello, rigenerante. Ma tutto questo quasi costante dover essere presente, e interpellabile, questo essere punto di riferimento per dubbi sui compiti, litigi di ogni sorta, consigli e bisogni, tutto questo dover vigilare – su igiene e incolumità, tanto per dirne due – tutto questo dover essere mamma, insomma… alla lunga le pesa.
E si badi che Unsasso non è affatto la classica mamma “all’italiana”, che sta accanto alla progenie con indefessa sollecitudine, che si preoccupa per ogni microdifficoltà i suoi figli siano costretti ad affrontare, cercando più che altro di evitargliela, che passa le giornate in adorazione dei marmocchi, osservando e registrando ogni loro sputacchio nel mondo, che attribuisce alla simbiosi le caratteristiche del paradiso. Beh, probabilmente si sarà capito, ché una mamma simile sarebbe forse estasiata da un mese come quello che ha vissuto Unsasso finora. Unsasso no. Nonostante tenda a sguinzagliare eredi e connessi subito dopo la triade colazione-vestirsi-rifarsi il letto, per disinteressarsi di loro quasi completamente fino all’ora di pranzo, nonostante i suoi interventi nei litigi si limitino alle situazioni (più) sanguinolente, nonostante acconsenta di essere disturbata per i compiti solo nel caso in cui da soli proprio non ce la fanno, nonostante, insomma, non possa dire finora di non aver avuto parecchio tempo per sé, è da un paio di giorni che Unsasso è preda di una strisciante insofferenza, sbotta con con frequenza preoccupante e nel complesso si sente un po’ in trappola. E si sente pure un po’ in colpa, per di più.
Capita anche ad altre? O proprio è lei una madre degenere?

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Piezz’ e core

C’è qualcosa di zen nel fatto che all’apice della bella stagione le giornate iniziano a tradimento ad accorciarsi, così come nel cuore dell’inverno iniziano impercettibilmente ad allungarsi un po’. Ma diciamo che l’apprezzo con più slancio in dicembre.

C’è forse qualcosa di simile nel guardare i miei figli in questo momento magico – in cui non sono più, finalmente, nella fase della dipendenza totale da me, stanno anzi sbocciando con tutta la prepotenza che ci mette in questi casi la vita, sono splendidi ai miei occhi, vivono ogni cosa con slancio, in ogni attimo diventano grandi di un altro po’, ma si confrontano ancora con fiducia e curiosità, e ancora fanno le fusa sereni nel mio abbraccio – guardarli, dicevo, e percepire con sottile bastarda lucidità che non durerà ancora a lungo, che quest’epoca sciaguratamente meravigliosa finirà tra non tanto. Ed è un bel dire che sarà una bella avventura e una sfida il futuro, è un bel dire che ogni stagione della vita sarà bella in sé, è un bel dire che bisogna viversi il presente senza seghe mentali: a me si conficca un dolore affilato in mezzo al petto e la felicità perfetta del guardarli mi si incrina un momento dopo. Poi razionalizzo e via. Ma la consapevolezza che indietro non si torna a volte fa proprio male.

Quello che ci insegnano i figli

Un giorno mamma di un compagno di mio figlio G. racconta preoccupata che il piccolo rom che c’è in classe, a cui darò il nome di fantasia di Roman Compagnovic, è un picchiatore di professione, ha preso di mira in particolare suo figlio ma se la prende un po’ con tutti, a volte rischia di fare male tanto, come quella volta che ha colpito lo schienale della sedia e solo per poco non la schiena di suo figlio, e poi soprattutto impone il silenzio alle sue vittime.

A casa un po’ allarmato, soprattutto per dei segni che aveva G. sul collo qualche giorno prima a cui non aveva dato peso G. per primo, mio marito gli chiede con ben simulata nonchalance: “Ehi G., ma che mi racconti di Compagnovic?”

“E che ti devo raccontare, poverino, molti compagni gli danno dello zingaro! E’ vero che ogni tanto alza le mani, però con me non l’ha mai fatto. Dicono che ruba, e che i suoi genitori hanno le macchine grosse perché rubano! Ma io dico: come fanno loro a saperlo? Infatti gliel’ho anche detto Ma come fate voi a esserne sicuri? e loro non hanno saputo che cosa rispondere. E poi io dico: mettiamo pure che i suoi genitori siano zingari: mica deve per forza esserlo anche lui!”

“…”

“E comunque si chiama Roman”

Bambini maltrattati

L’altro giorno leggevo questo articolo che racconta di un bambino dell’età di mio figlio (9 anni) che ha chiamato i carabinieri con voce credibilmente angosciata dicendo che la madre lo stava maltrattando, e dell’epilogo inaspettato della vicenda, in cui l’arma arrivata in forze si è trovata davanti una mamma come tante che cadeva dalle nuvole e raccontava di aver solo dato uno schiaffo al “Giamburrasca” della situazione (così lo definisce il giornalista), che non a caso si era premurato di nascondersi al suono del campanello.

Non intendo affatto parlare di schiaffi e mica schiaffi ai bambini. Perché c’è un particolare, che passa sottotraccia nell’articolo, che mi ha un po’ allarmato, e cioè che la mamma in questione spiega candidamente che “…gli ho dato uno schiaffo. Sono due giorni che non va a scuola, ogni volta ne inventa una nuova, sì, ho perso la pazienza”.
Ora – per quanto io non mi senta mai sufficientemente titolata né in gamba da poter giudicare l’operato degli altri genitori, perché ogni situazione è a sé e in situazione è molto facile sbagliare – penso ci siano dei minimi sindacali su cui non è possibile transigere. Su cui non c’è proprio spazio per le bizze e le ragioni dell’infante, molto semplicemente, e la Regola non ammette eccezioni. I miei figli lo sanno con dogmatica certezza, nel senso che nella loro mente, su certe questioni, un’alternativa a quanto accade di solito non è nemmeno contemplata. Sono un esempio di simili basilari concetti l’andare a letto, lo stare a tavola, e naturalmente l’andare a scuola. Non che non nascano questioni, la mattina, quando è ora di alzarsi lavarsi vestirsi fare colazione uscire, e immancabilmente in fretta, per andare a scuola. Ma a queste questioni, quali che siano (a meno che si tratti di un febbrone da cavallo), semplicemente non viene riconosciuto il diritto di cambiare le cose. Dimmelo finché vuoi, che il gomito ti fa contatto col ginocchio e quindi non puoi andare a scuola, io lo capisco, che di andare a scuola non hai una gran voglia, ma questo non mi farà nemmeno passare per la testa di non portartici come tutte le mattine. Punto.

Il grande equivoco educativo dei nostri tempi, secondo me, è che per salvaguardare i sacrosanti diritti dei bambini, un concetto un tempo purtroppo alieno alla mentalità comune ( e per mia suocera l’ideale è ancora il bambino lobotomizzato), molti genitori rinunciano a insegnar loro doveri, a imporre regole, ad arrogarsi la responsabilità di molte scelte che li riguardano. Quasi tutti i genitori che conosco, se c’è da iscrivere il figlio al walking bus (un meraviglioso servizio offerto oggi da molti comuni: i bambini vanno a scuola a piedi, in gruppo, accompagnati da adulti volontari), chiedono a loro se ne hanno voglia o meno. Idem se c’è una festa, una gita organizzata tra famiglie, la cena da preparare, le vacanze da prenotare. Intendiamoci, non credo che sia sbagliato in certi casi sentire il parere dei bambini, anzi, credo che sia importante che si sentano ascoltati, ma a parte il fatto che ci sono cose non opinabili, la responsabilità finale di una scelta a mio parere deve rimanere nelle mani dei genitori.

Perché trovo una inquietante correlazione tra questa attitudine rinunciataria di tanti genitori e i ragazzini che in classe non rispettano i turni di parola, vagliano le proposte educative con il feisbucchiano criterio del “mi piace”, palesano candidamente tutto il loro fastidio di fronte a rilievi di tipo educativo.

E in questi casi mi spiace, ma gli schiaffi non li meritano i figli.

Giorno uno

Tornati domenica da qualche giorno di mare – le pulizie di fino non le ho ancora finite – staremo un paio di settimane a casa prima della transumanza in montagna, dove mi acquartiererò con i bambini fino a fine estate.

Loro hanno frequentato i centri estivi fino a fine giugno, perciò tecnicamente ieri è stato il primo giorno di bambini full-time. Ora, non è che io non ami passare del tempo con loro, non è che non mi intenerisca a sentire una che racconta le favole alle sue alunne immaginarie (…e il principe cavallò cavallò…) e l’altro che come da sua stessa definizione gioca con la sua fantasia (pdbsch ueeèèon waaam bibibibibibi PDBsch!!!), non è che non mi diverta ad essere stracciata ogni volta a Uno o a Monopoli, o a ballare  sulle note raffinate di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, o a mangiare biscotti di Didò nel ristorante appena allestito dalla piccola, o a leggere Harry Potter agli occhi sgranati del grande, non è che non mi inorgoglisca un po’ basita a sentire lui che mi dice Che poi, mamma, la domanda è una, alla fine: che cosa c’era, prima, e che cosa ci sarà, dopo? e lei che afferma Io sono, me stessa. Non è che non sia felice di passare l’estate con i miei figli.

E’ che proprio tutto il giorno è dura. Quando litigano e si accapigliano (Ha cominciato lui! No, lei!) e a me viene un nervoso ancestrale e incontrollabile; quando vanno d’accordo e mettono in piedi un’associazione a delinquere impermeabile a qualsiasi blandizie o minaccia, con addosso una ridarola che neanche i miei alunni; quando mi tirano in due direzioni opposte e devo chiudermi in bagno per avere un attimo di pace; quando ho finito di stirare e vorrei solo stendermi sul divano con un libro o sentire un’amica con calma e invece che bello mamma hai finito giochiamo a Indovinachi?; quando non ho voglia di pensare a scegliere e attuare la reazione educativamente più adatta alla situazione e mi parte uno scapaccione o, peggio, un urlo isterico, o, peggissimo, una concessione inopportuna, e mi sento una pessima mamma. In quei momenti non vedo l’ora che sia settembre.

Ma è solo il giorno uno e non ho ancora finito le pulizie di fino. Può andare meglio.

 

Lo scriveva Gibran, ma mia figlia lo sapeva già

io: vieni qui che ti spazzolo che hai in testa un cespuglio.

C: no quella spazzola mi tira i capelli. ho già fatto da sola.

io: ma hai ancora in testa un cespuglio, faccio io, ti prometto che faccio piano.

C: no.

io: faccio piano.

C: no! sono io la governante di me stessa!

io: ma io sono la tua mamma, sono anch’io “la governante di te stessa”!!

C: ma io di più, perché io sono, me stessa!

 

C ha cinque anni e mezzo, e temo che mi darà filo da torcere.

Un po’ di cose piccole che a metterle insieme vien fuori un post

Un bel corso iniziato ieri sulla comunicazione e il valore inesauribile dell’ascolto. E il brusio costante degli adulti, insegnanti, in sottofondo.

Mio figlio che mi chiede: “Mamma, rispondimi sinceramente: siete voi che mi mettete sotto il cuscino il soldo del topo dei denti?”. E io che mento e mi sento in colpa.

La gita di domani che è un trekking e pioverà a fiumi tutto il giorno, la guida che ci propone una meta alternativa perché il percorso previsto diventa pericoloso con la pioggia e il preside che dice che non si può assolutamente cambiare la destinazione già approvata dal Consiglio d’Istituto. Perché se succede qualcosa.

La scuola di mio figlio che organizza il walking bus (vanno a scuola a piedi, tutti insieme, con degli adulti che li accompagnano) e le altre mamme che il pupo non lo iscrivono perché gliel’ho chiesto, ma mi ha detto che non ha voglia. E questa gente prima o poi popolerà le mie classi e non troverà né sconveniente né inappropriato dirmi che non ha voglia! di occuparsi di grammatica e scrittura o di leggere o di venire in gita o.

La verifica di geografia da correggere, la verifica del ragazzo con DSA da preparare, il percorso sulla letteratura umoristica da strutturare (a proposito, qualcuno ha dei testi da suggerirmi?), le camicie di mio marito da stirare, i vetri che fanno schifo da pulire, la parte da imparare. E io che passo ore come un’ebete a leggere blog che uno tira l’altro che neanche le ciliegie.

Potrei andare avanti ma evito.

Non v’è coerenza in questo mondo. E a me questa cosa annerisce l’umore.