Di diversa fratellanza

Mio fratello ha cinque anni meno di me. Da piccoli più che giocare insieme “lo facevo giocare”, ché paziente la sono sempre stata. Io solare ed estroversa, lui ombroso e schivo, di poche parole. Mi faceva un sacco di dispetti, perché sostanzialmente è sempre stato geloso. Io ero brava a scuola, esibizionista e chiacchierona, e riscuotevo sempre successo, anche facile, per la verità: lui tutto il contrario. Timido, chiuso, rinunciatario, rendeva la metà di quello che valeva davvero, in più era cagionevole di salute, e ha incontrato sulla sua strada insegnanti incapaci e disattenti, che non hanno mai saputo valorizzarlo. A me questa cosa faceva stare malissimo. Volentieri enfatizzavo i miei eventuali fallimenti; passavo con lui i pomeriggi per cercare di insegnargli a ripetere la lezione con sicurezza e agilità, a rimpastare i magari pochi concetti posseduti traendone un’esposizione brillante, la mia specialità; mettevo in risalto la sua innata abilità per gli sport in confronto alla mia pigrizia. Lui finita l’età dei dispetti mi trattava con distacco, quando non con ostentata indifferenza. Negli anni della mia adolescenza lui era ancora un bambino, e siamo stati per parecchio tempo lontani. Negli anni in cui avremmo potuto incominciare a riavvicinarci snobbava ogni mio tentativo di complicità, talvolta con una certa cattiveria. Così ho smesso. L’ho lasciato in pace, sostanzialmente, ma ho sempre cercato di fargli capire che per lui la mia porta sarebbe stata sempre aperta, in qualsiasi caso. Non lo dico per fare la parte della brava personcina, per me era davvero così: non sarei mai riuscita a “chiudere”, con lui. Era mio fratello. Una parte di me. Mi avrebbe fatto infinitamente più male tagliarlo fuori dalla mia vita che sopportare la sua ostilità.

Ma poi in generale io son fatta così, non è nelle mie corde scrivere la parola “fine” sulle relazioni, magari se mi son sentita tradita mollo un po’ il colpo, non che non ci resti male, ma mi viene naturale pensare che le relazioni evolvono, come le persone, e mai e poi mai sarei in grado di far pesare alle persone le mie deluse aspettative nei loro confronti. Devo dire che nella vita non ho mai subito particolari cattiverie dalle persone, e certo non sono proprio il tipo che si offende per poco, anzi, tendo a preferire ingoiare qualche rospo al creare dissapori. Non me ne vanto, eh, ché apparire una smidollata è un attimo, ma proprio non ce la faccio ad essere diversa da così, e se proprio proprio non è possibile lasciar correre, perfino per me, il mio modo di porre le questioni è talmente conciliante e tutto teso a far capire che però da parte mia non cambia nulla e che giammai porterò rancore e che comprendo le altrui ragioni eccetera, che a volte temo la mia comunicazione non sia stata del tutto efficace. Finora non ho trovato nessuno che se ne approfittasse però, devo dire, anzi. Perciò forse non è una modalità così inefficace. E d’altra parte non ne conosco altre: le volte che ho provato, a far la dura incazzosa, il risultato è stato grottesco, perciò mi son rassegnata, nonostante a volte proprio non mi piaccia, a guardarmi da fuori. Ma che ci posso fare? Uno dei propositi del nuovo anno è appunto accettarmi e basta, e non fingere di essere diversa da quello che sono.

Con mio fratello ha funzionato, comunque. Ho pazientemente aspettato che si costruisse la sua vita, che riuscisse a credere un po’ di più in se stesso – perché era tutto qui, alla fine – e tutto è cambiato. Lui è sempre taciturno e riservato, ma se c’è qualcuno con cui parla sono io, se c’è qualcuno su cui conta sono io, così come io so che posso contare su di lui. Non ho mai dubitato che mi volesse bene, neanche per un momento, e intuivo confusamente che il suo prendere le distanze da una sorella così ingombrante era giusto per lui, per la sua crescita.

Non c’è merito in questo, ripeto, proprio non avevo alternative. E infatti tutta ‘sta premessa è per dire che c’è però un caso, in cui la mia natura mi porta invece da tutt’altra parte. In cui io che paio incapace di provare rancore proprio divento una iena. Ed è qui che accade sotto i miei occhi. E lo affido al blog perché nell’immediato non posso sfogarmi con nessuno, ché mio marito è direttamente coinvolto e non posso farlo stare più male di quanto non stia già, e anzi con lui devo cercare di sdrammatizzare. Ecco: quando un fratello all’ennesimo sgarbo subìto dice a sua sorella maggiore una cosa come “Guarda che io con te non voglio litigare, e se ti parlo di queste cose è perché ti voglio bene, e infatti, vedi, io che sono un cerino son qui con il cuore in mano, e non sto alzando la voce come mi verrebbe molto naturale, perché voglio solo capire, se ti ho fatto qualcosa senza rendermene conto, e perché mi tratti così; perché io ti voglio bene e voglio solo che vadano bene le cose tra noi”, quando un fratello dice una cosa così e si sente rispondere “Non mi interessa”, allora qualcosa dentro di me si rompe. E quella sorella io vorrei gonfiarla di schiaffi. E non trovo giustificazioni che tengano per il suo comportamento, nemmeno le ferite che ha subito – e che peraltro ha subito suo fratello pure – mi consentono di guardarla con benevolenza, non mi basta compatirla per essere così irrisolta, così incapace di mettersi in discussione, così infantile, non riesco in alcun modo ad arginare dentro di me la rabbia che provo nei suoi confronti. Nella mia testa si snocciolano in una serie ininterrotta milioni di elaborati insulti che rivolgo al suo indirizzo, immagino cattivissime scene di nemesi, fatico fisicamente a stare nella sua stessa stanza.

Mi passerà, vi dico. Non è neppure la prima volta che si verifica un caso del genere e so che col tempo mi ammorbidirò, e ricomincerò a voler cercare con ostinazione solo il positivo. Ma per il momento non riesco a non covare la mia rabbia. E son già brava che ho cambiato titolo al post. Volevo intitolarlo Mia cognata è una stronza.

Marketing

C: dài, giochiamo che eri il mio cagnolino?

G: no.

C: daài! se vuoi facciamo che io, ero il tuo cagnolino.

G: no-ò.

C: daiperpiacere, se no non sarò più tua sorella!

G: eh, e allora? meglio.

C: …

G: …

C: daiperpiacere, se no sarò per sempre tua sorella!

(Schulz non aveva inventato niente)