Equilibrismi

Dice da una parte ci sono quelli che la scuola deve essere 2.0, e bisogna fare ampio uso della tecnologia nel 2015, dall’altra quelli che il computer non lo sanno e non lo vogliono neanche accendere.

Da una parte quelli che le competenze sono l’obiettivo del nostro insegnamento e quindi chi se ne importa della Gloriosa rivoluzione e degli avverbi, dall’altra quelli che con ‘sta storia delle competenze tiriamo su degli ignoranti. Da una parte learning by doing come se piovesse, e tre mesi per creare un meraviglioso librone di riproduzioni di carte geografiche antiche, dall’altra lezioni frontali come se non ci fosse un domani.

Da una parte quelli che conta prima di tutto il benessere a scuola, e giù con circle time e giochi di ruolo, dall’altra quelli che queste sono tutte perdite di tempo.

Da un lato l’Invalsi da boicottare ché non tiene conto della creatività (sic!), dall’altro quelli che a momenti fanno fare solo prove a crocette.

Eccetera.

Sono le più varie le motivazioni di simili schieramenti, alcune in parte condivisibili addirittura, ma io trovo ci sia un sottile fil rouge sotteso a tutte, che è poi il sotteso di ogni estremismo: il voler scansare la fatica. Di (in)formarsi, approfonditamente, su ciascuna di quelle prospettive; di provare nuove strade, ma analizzando luci e ombre dei tentativi e riflettendoci con puntualità; di progettare con cura il proprio lavoro didattico; di osservare con attenzione le esigenze dei ragazzi e di ogni singolo gruppo classe, di chiarire prima di tutto a se stessi quali siano gli obiettivi da raggiungere (lo so, pare folle, ma avrei paura di ascoltare le risposte di un sacco di miei colleghi a domande come “con quali obiettivi fai questo lavoro?”, “quali obiettivi ti poni quest’anno?”…); di perseguire un fragile equilibrio tra quelle istanze, insomma, accollandosi vieppiù tutto il suo portato di frustrazione, incertezza e precarietà.

Perché è più facile pensare che fare programmazione a inizio anno equivalga a copiare l’indice del manuale, è più facile riciclare le stesse lezioni da vent’anni, gli stessi testi, e fotocopiare le verifiche del manuale dell’insegnante, è più facile entrare in classe e spiegare per un’ora, magari leggendo il libro e dicendo che cosa sottolineare, convincendosi che se si è “fatto” tutto il “programma” il nostro lavoro è finito. Ma è pure più facile fare tutto il tempo giochini senza costrutto, lasciare andare per la loro strada infiniti sciatti “lavori di gruppo” su argomenti marginali, far preparare inutili Power Point con paginate copincollate da Wikipedia, da leggere (male) al resto della classe, sentendosi con ciò pure molto “avanti”. È più comodo lamentarsi che “non studiano” che capire perché, e quali altre strade sono percorribili. Ma è più comodo anche spacciare per promozione del “benessere” dei ragazzi l’avallo dell’irresponsabilità, della scorciatoia, dell’appiattimento, della sciatteria.

C’è una qualche misura di tutte queste manchevolezze in ogni insegnante (io per prima so bene che a volte ho “tirato via”, come si dice), ma sono stufa di gente arroccata e superficiale nelle sale insegnanti, dove invece la ricerca di un sostanzioso equilibrio non dovrebbe stancarsi mai.

Annunci

Valutare un “tema”

Non è mica una cosa facile, come ogni insegnante di lettere sa. Non si può fare ricorso che ad una oggettività solo parziale per giudicare quello che si ha davanti, e mi sembra di capire che ognuno abbia il suo proprio metodo, sia nella correzione, sia nella valutazione: quantomeno, tutte le volte che io ho provato ad utilizzare metodi e rubriche valutative suggeriti da altri mi sono sono sentita un po’ ingabbiata, e nel corso degli anni ho maturato un sistema che funziona per me, dentro al quale non mi sento troppo ostaggio del soggettivismo ma nemmeno eccessivamente ingessata.

Io faccio così: per prima cosa leggo tutti i temi e segno gli errori/imprecisioni ortografici, di punteggiatura, morfosintattici e di lessico (con grafiche diverse che i ragazzi ormai conoscono), segnando a margine qualche correzione (quelle che capisco che non saranno in grado di fare da soli), suggerimenti o promemoria delle regole. Mano a mano che li ho letti li metto già in un abbozzo di ordine, dal meglio al peggio. Poi li rileggo (qualche errore scappa sempre!!) e scrivo un giudizio articolato su ciascuno degli ambiti detti sopra e anche sulla strutturazione del testo, nonché sul contenuto (esempio: hai utilizzato un lessico vario e preciso, strutturando organicamente un contenuto abbastanza approfondito e rispondente alla traccia, con qualche guizzo originale; purtroppo c’è qualche brutto errore ortografico e di sintassi), aggiungendo qualche spunto di riflessione mirato (es.: la prossima volta fai più attenzione all’uso dei tempi verbali e sviluppa meglio il racconto delle tue emozioni) e se del caso note di carattere più testuale e contenutistico a margine dello scritto. A questo punto attribuisco un voto alla forma e uno al contenuto, tenendo conto dei criteri analizzati e della relazione tra i singoli elaborati. Poi in classe chiedo ai ragazzi di riscrivere l’elaborato sulla base delle correzioni e dei suggerimenti e naturalmente con la mia supervisione.

Voi come fate?