Mamma Sasso

Ecco diciamo che adesso anche basta. Unsasso è da praticamente un mese in montagna coi pargoli (e i nipoti: per una settimana a suo completo carico e per il resto del tempo con anche zia dell’altro ramo). Bello, eh, godersi i bimbi con ritmi finalmente più rilassati, giocare insieme, coccolarsi tantissimo, raccontarsi con calma. Bello, rigenerante. Ma tutto questo quasi costante dover essere presente, e interpellabile, questo essere punto di riferimento per dubbi sui compiti, litigi di ogni sorta, consigli e bisogni, tutto questo dover vigilare – su igiene e incolumità, tanto per dirne due – tutto questo dover essere mamma, insomma… alla lunga le pesa.
E si badi che Unsasso non è affatto la classica mamma “all’italiana”, che sta accanto alla progenie con indefessa sollecitudine, che si preoccupa per ogni microdifficoltà i suoi figli siano costretti ad affrontare, cercando più che altro di evitargliela, che passa le giornate in adorazione dei marmocchi, osservando e registrando ogni loro sputacchio nel mondo, che attribuisce alla simbiosi le caratteristiche del paradiso. Beh, probabilmente si sarà capito, ché una mamma simile sarebbe forse estasiata da un mese come quello che ha vissuto Unsasso finora. Unsasso no. Nonostante tenda a sguinzagliare eredi e connessi subito dopo la triade colazione-vestirsi-rifarsi il letto, per disinteressarsi di loro quasi completamente fino all’ora di pranzo, nonostante i suoi interventi nei litigi si limitino alle situazioni (più) sanguinolente, nonostante acconsenta di essere disturbata per i compiti solo nel caso in cui da soli proprio non ce la fanno, nonostante, insomma, non possa dire finora di non aver avuto parecchio tempo per sé, è da un paio di giorni che Unsasso è preda di una strisciante insofferenza, sbotta con con frequenza preoccupante e nel complesso si sente un po’ in trappola. E si sente pure un po’ in colpa, per di più.
Capita anche ad altre? O proprio è lei una madre degenere?

Sono acida e non riesco a smettere

In questi giorni altro che verticalità: in realtà oscillo pericolosamente e stento a trovare un qualsivoglia equilibrio.

Mi innervosiscono tutti. Quelli che vanno a fare la passeggiata al centro commerciale e con la loro andatura vacanziera sbarrano il passaggio al mio carrello modello shuttle, con il quale cerco di battere il record di spesa più veloce del mondo mentre mi chiedo quanto resta da vivere al nostro bellissimo parco comunale, disertato anche oggi che c’è il sole. Quelli che a cinquant’anni inventano scuse assurde per giustificare le puttanate che hanno fatto (“no ma guarda che io ho scritto un biglietto accusatorio, ma guarda che era proprio gentile e pacato, alla mamma della tua alunna disabile pensando in perfetta buona fede che tu sapessi che dava fastidio al mio alunno, perché tre mesi fa avevo raccontato alla tua collega di matematica che nell’intervallo aveva cercato di baciare quell’altro mio alunno e davo per scontato che lei, come avrei senz’altro fatto io al suo posto, avesse informato tutto il consiglio di classe dell’accaduto e fatto gli opportuni collegamenti!”). Quelli che a cinquant’anni si offendono perché l’insegnante di recitazione assegna loro una parte in cui “non si ritrovano” nel saggio di fine corso (e non sto parlando della Paolo Grassi, naturalmente), contano le battute che hai tu e siccome sono tantissime in più delle loro ne deducono che siete la cocca del docente. Quelli che si sentono perseguitati ed esclusi dal mondo e nemmeno li sfiora l’idea che magari la loro incapacità totale di sorridere ed ascoltare abbia una parte in tutto questo.

Quelli che hanno da ridire di tutti e su tutto e sputano acide sentenze a trecentosessanta gradi con la stessa indefessa dedizione di una bocchetta dell’irrigazione… Tipo te in questo momento? suggerisce Calvin.

E qui il loop si incarta. Ma non è che l’illuminazione riesca ad alzarmi il pH, anzi.