Un sasso. Verticale?

Unsasso è verticale perché qualcuno ce l’ha messo, non sa alzarsi in verticale da solo. Unsasso è pesante, tende a stramazzare. Una mano delicata e paziente può cercarne l’equilibrio precario. Unsassoverticale non è l’equilibrio, è la minuziosa costante ricerca, dell’equilibrio. Sogno di elevazione, desiderio di superarsi. Forse, distinguersi.

Guarda fiero di sé l’orizzonte, gli altri verticali intorno, il grande mare; si sente pronto, financo all’onda che spumeggia improvvisa su dagli scogli. Poi spancia. E si ritrova appiattito insieme a molti altri. La faccia nel fango o volta al cielo. Ci sta poi male? Lui che può vantare di aver conosciuto la verticalità?

Aiuto. Sì, sa chiedere aiuto. Perché in fondo lo sa, di essere fatto per quella astrusa mai decisa verticalità.

Unsasso sa essere contundente. Sa essere ottundente. Ottuso. Duro refrattario respingente. Ma si lascia levigare dalla pazienza dell’acqua, dalle blandizie del vento. La tempesta lo abbatte, ma finora non ha saputo spezzarlo.

Unsassoverticale sa anche essere croda, asperità che è però appiglio, abbraccio di roccia. Sentiero impervio e assolato, sorpresa di orizzonte dietro un costone, salita ombrosa di bosco. Vertigine che spera di essere scalata.

Unsasso è nudo senza orpelli, ama le semplici decorazioni naturali della sua superficie compatta, ma vorrebbe a volte essere fiore o pigna. Invece, è Sasso e basta.

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Oll ui nid is giast a littl…

Pazienza, pensi quando avevi proprio voglia di un cioccolatino e scopri che sono finiti. Quando volevi riuscire a dipingerti le unghie almeno per l’ultimo dell’anno e mica ce l’hai fatta, quando hai iniziato la vacanza con il proposito di riordinare quel dato cassetto e niente da fare.
Ripetiti pazienza! quando inviti una conoscente per il tè e sta tre ore a vomitarti addosso i particolari del suo divorzio, anzi per la precisione i dettagli delle infantilissime ripicche che si tirano addosso l’un l’altro lei e il suo ex.
Pazienza, ti dici quando una tua timida proposta viene con elegante noncuranza fatta cadere nel vuoto.
Ci vuole pazienza, quando vorresti leggere e un figlio qualsiasi fa di tutto per attirare la tua attenzione.
Serve pazienza per evitare di intervenire a gamba tesa, tesissima, nei quotidiani litigi dei figli per futili motivi.
Quando la gente passa tutto il tempo a dire quanto è brava e quanto è figa, e quanto è colta e quante ne sa, e quanto si sa divertire e quanto è popolare, porta pazienza.
Se ti piombano addosso acidi rimproveri che ti paiono assurdi respira, sta’ in silenzio, respira e pazientemente prendi tempo. E fai qualche domanda: magari al netto dell’acidità c’è del vero, o quantomeno c’è dell’altro, da capire.
Sorridi con pazienza quando gli alunni non afferrano un concetto, e spiegaglielo da un’altra prospettiva. Se durante un’attività in classe è evidente che la concentrazione è andata a farsi benedire, cerca pazientemente un’altra strada.
Pazienza se c’è chi ai tuoi sorrisi risponde con una faccia di merda, se l’arroganza e la sicumera la fanno da padrone nel mondo, se la vita è un gran casino e la paura a volte è tanta. Stasera il vento profuma di primavera e va tutto bene così.

Quesiti irrisolti

Perché quando stiamo a scuola fino alle 20 a lavorare per la commissione, a farci il culo quadro per l’altra commissione, o per ricevere i genitori, alle 16 il riscaldamento viene spento e noi si deve lavorare, già che ci pagano una miseria, col cappotto addosso?

Perché la collega di sostegno, colei che si fa le unghie mentre sta con la ragazza paraplegica che le è stata assegnata (giuro), colei che poiché più anziana ha soffiato il posto alla precedente, bravissima, colei che ha cercato (ma con me è cascata malissimo) di cucirsi un orario senza buchi tra ore in plessi diversi e naturalmente senza pomeriggi, colei che affosserà definitivamente le possibilità scarse, eppure finora coltivate con amore, che la piccola Nana non abbandoni la scuola, perché costei non viene buttata fuori dalla scuola a calci in culo?

Perché ho chiesto all’altra collega di sostegno di dare una mano a W. e A. a prepararsi per l’interrogazione in storia tipo due mesi fa, e gliel’ho ricordato più e più volte (perché mi ha detto: sì però ricordamelo!), e ho scoperto venerdì non solo che non l’aveva ancora fatto, ma pure che tutta questa settimana è in permesso-studio?

Perché il Piano didattico personalizzato dei ragazzini con qualche Bisogno educativo speciale deve essere concordato in sede di Consiglio di Classe e in realtà lo fa il coordinatore e tutti gli altri firmano, senza nemmeno leggere?

Perché il carrozziere non ha ancora finito di mettermi a posto la macchina?

Precipitevolissimevolmente

La mia nonna mi ha insegnato che è la parola più lunga che c’è, e rappresenta bene le mie giornate di questi tempi, e le giornate di più o meno tutti di questi tempi. Giornate infinite, e talmente zeppe di ogni possibile occupazione incastrata al millimetro che paiono contenere sessantaquattro ore alla volta, con il duplice effetto che al martedì ho la sensazione che sia già passata una settimana intera, e al venerdì mi sembra di essere precipitata dalle alture del lunedì nel tempo di una sola presa di fiato.

Bene così, però, ché l’anno scorso avevo fame di nuove sfide e ora – al di là del riuscire a turbinare leggiadramente da un impegno all’altro e far fronte a tutto –  me ne sbocciano all’intorno a tutt’andare. E così della mia vita continuo ad essere molto soddisfatta.

Tanto per cominciare c’è la funzione strumentale, che condivido con una collega carissima che è il mio perfetto contraltare, perché a parità di voglia di lavorare (tanta) lei è più concreta di me, così smorza i miei eccessi di idealismo mentre io offro a lei un quadro teorico più rigoroso. Purtroppo abbiamo tutta una serie di scogli da superare: un bel po’ di piante grasse in commissione, che vedremo per la prima volta giovedì e che non credo abbiano ancora capito quanto lavoro verrà loro richiesto – e speriamo di riuscire a trovare il tono giusto per scuoterle senza irritarle; un Preside reggente – che a occhio e croce sembra anche essere una persona in gamba, quando c’è – che deve affidarsi e delegare parecchio per forza di cose a una vice che è completamente pazza, con scarsissime capacità relazionali, paranoica, vittimista e anche un po’ cattiva; una collega della primaria che si è ficcata in mezzo a far la funzione strumentale millantando competenze che in realtà non ha, e che già ha mandato avanti noi su un sacco di cose per poi criticarci: dovremo trovare il modo di disattivarla il prima possibile ma non sarà semplice. Il tutto condito dal mio a volte soverchiante ma molto altalenante senso di inadeguatezza. E se non è una bella sfida questa.

Poi il teatro. Mi offrono una parte moooolto tosta in una pièce di Fassbinder, un personaggio molto lontano da me e per di più in sostituzione di un’attrice che ha mollato, in uno spettacolo già montato, che è già andato in scena, e che è un pugno nello stomaco. Sono già state predisposte tre giornate di prove per inserire me, tre giornate in cui mi sentirò tutti gli occhi puntati addosso, in cui il regista (famoso per essere puntiglioso fino all’ossessione) mi dovrà torchiare per forza di cose, per farmi tirare fuori un personaggio che non è per niente nelle mie corde, per cui mi sento del tutto inadeguata e per cui non riesco ancora a capire in nome di quale astrusa ragione che non sia sadismo abbia pensato a me. Ovviamente mi attrae da matti, ma pure mi terrorizza. E un cartello lampeggiante con scritto SFIDA ci sta appiccicato sopra.

E nel frattempo c’è stato il compleanno di mia figlia (che per inciso ha iniziato la prima elementare), con nove bambini dai sei agli otto anni a mangiare la pizza a casa nostra – e questa NON è, una sfida da poco; mi è nato un nuovo nipotino; abbiamo organizzato un piccolo spettacolo di strada dedicato al cioccolato in occasione della “Notte fondente”; c’è il regalo per i prossimi quarant’anni di mio marito da predisporre – e deve essere speciale; il registro elettronico si impalla ogni due per tre; mio figlio grande ha iniziato a frequentare il gruppo Scout; il mio corso di teatro è ricominciato – in un gruppo nuovo; mi è capitata un’insegnante di sostegno che merita un post a parte e poi naturalmente ci sono loro, i miei ragazzi. La mia meravigliosa terza in cammino, di cui avrò modo di parlare più diffusamente.

 

L’interrogazione segreta

G. è quella ragazza sempre trasognata di cui parlavo in qualche post fa, che recentemente ha dimostrato di vivere la relazione con le sue compagne con grande malessere; un malessere che era passato inosservato ai più (me compresa, accidenti!), e che si è scoperto trarre origine da una insicurezza bestiale di G.: in particolare nei contesti in cui le è richiesta una “prestazione” (quindi a scuola, sostanzialmente), lei si percepisce del tutto inadeguata, e quando dico “del tutto” intendo “in tutte le sfere della sua persona”, anche quelle in cui in realtà riesce meglio, come quella creativa, e anche in quella, appunto, relazionale.

Nella verifica sulla Divina Commedia aveva fatto un disastro, così, appurate tutte queste cose e sapendo che lei in realtà studia tantissimo, ho pensato di chiamarla ieri fuori dalla classe, ufficialmente per parlare a quattr’occhi della verifica e di che cosa non aveva funzionato (cosa che di solito cerco di fare con tutti quelli che fanno macelli nei compiti in classe), ufficiosamente per interrogarla a sua insaputa, facendoci solo una chiacchierata su Dante, su quello che Dante le dice, su quello che di Dante sa e capisce. Manco a dirlo è stata una bellissima chiacchierata (“Dante parla in prima persona e poi dice “nostra vita”, ti ricordi quello che abbiamo detto in classe del perché?” “No” (per forza, lei in classe c’è, corporalmente, ma la sua mente e la sua anima fuggono, nel vero senso della parola, il più lontano possibile), “Allora prova a pensarci: secondo te perché dice così?” “Beh… forse… perché sta parlando con noi“), senza l’ansia della prestazione e senza pubblico, così le ho detto che per me il voto della verifica era recuperato.

Tutto questo mi fa riflettere su tante cose. Su come sia bello e difficile ed efficace riuscire ad occuparci dei nostri ragazzi uno per uno, su come spessissimo non si riesca a farlo – per mancanza di tempo o di attenzione o  di forza o di competenze o di tutte queste cose insieme – e su come questo sia frustrante, avvilente e doloroso; su tutte le volte che non lo si è fatto, o non lo si è fatto abbastanza, o nel modo più giusto, e ormai sono andate, e chissà che cosa sarà di loro; su quanto spesso sia aleatorio il nostro meraviglioso lavoro; su quanto spesso rischiamo di essere anche solo inconsapevolmente crudeli; su quanto una insana competitività ammorbi il piacere di imparare e anche quello di stare insieme; su quanto il concetto di “interrogazione” andrebbe ripensato, e come; su quanto, alla fine, l’insegnare e l’imparare non riescano a sostanziarsi se non dentro una relazione. Tali e tante, tutte queste riflessioni mescolate, da fare un po’ paura.

Prima di andarsene, G., sorridente, mi ha detto “Grazie, prof., di questa interrogazione segreta” e io mi sono sentita bene. Oh, come mi sono sentita bene!

E’ abbeverandosi di attimi preziosi come questo, minuscoli e incommensurabili, che passa la paura.