Senza luce

Dialogo nel buio è l’ormai famoso percorso allestito nella più totale assenza di luce all’Istituto dei ciechi di Milano. Ci ho portato i miei di seconda, la scorsa settimana, e anche per me era la prima volta.

Quella della luce è una metafora consunta, e sposta troppo valore su quello che è solo uno degli elementi della nostra percezione, della nostra conoscenza, della nostra interpretazione. E’ più una sineddoche, alla fine, e ci fa dimenticare che la parte non vuole escludere il tutto. Senza luce, invece, possiamo accorgerci di tutto il resto. E di quanto ci appiattiamo sulla prospettiva più facile e a portata di mano, nella nostra vita di “sani” senza più ostacoli o difficoltà, nel volo radente della velocità quotidiana. Di quanto la superficie sia comoda e allettante e di quanto il nostro dialogo con la realtà perda sapore, eviti il contatto, eluda l’ascolto.

Che l’essenziale è invisibile agli occhi lo sappiamo, ma ce ne dimentichiamo troppo spesso. Se vi capita, andateci: è un regalo per l’anima, di quelli da portare sempre con sé.

Dimmi cosa filmi e ti dirò chi sei

Messa di Pasqua in una chiesina di montagna: tutti, dal prete all’ultimo turista, in queste vacanze che quanto a neve assomigliano più a quelle di Natale, calzano scarponi pesanti e indossano piumini imbottiti. Perciò non passa inosservata una coppia sui ventotto, cappottino lui, tacco dodici minigonna e capello raccolto lei. Fanno una certa tenerezza, ecco.

Prima lettura: il cappottino si stacca dal suo banco e sale all’altare a leggere. E il tacco dodici? Beh, lei, lo sguardo rapito dallo charme del suo uomo, non ha che una sola possibilità. Estrae dalla pochette il suo Iphone. Lo solleva ad altezza occhi. E filma. Fa un filmino al suo amore che legge la prima lettura della messa di Pasqua. Sbigottimento. Qualche risatina. Gente che si dà di gomito. E lei imperturbabile che filma.

Che cosa faranno poi di quel filmino? Beh, sicuramente lo posteranno su Facebook. Magari lo riguarderanno orgogliosi. Leggeranno i commenti entusiasti degli amici: “che stile, in mezzo a tanti montanari!”; “come sei bellooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!”; “che bravooooooooooooo!!!!!!!”‘; “sembri un attore del cinema: ai (sic) mai pensato di fare televisione?”… Leggeranno questi commenti e si sentiranno bene.

Ora, lasciamo stare l’inopportunità del contesto e l’opinabilità dell’evento, la domanda che mi sorge è: perché? Perché in qualcuno sorge spontaneo e incoercibile il bisogno di filmare una roba del genere? Escludo che sia solo per un’ormai abitudinaria automatica ed evidentemente un po’ stolida frequentazione del mezzo. Temo ci sia di più. Temo, e a questo punto tutta la storia mi fa molto meno sorridere che all’inizio, che un gesto del genere nasca da una percezione di sé e del proprio valore troppo se non del tutto subordinata all’immagine: non quello che faccio ha un valore, un senso da cercare, una emozione da gustare, ma quello che di ciò che faccio posso mostrare. Il simulacro -possibilmente social- della mia vita conta e appaga molto di più della vita stessa.

Sia chiaro, non voglio negare il valore dell’immagine, anzi: io uso molto le immagini, per esempio in classe, amo la fotografia e sono convinta del potere evocativo di uno scatto ben fatto, del gusto simbolico di una foto azzeccata. Quello che mi spaventa è proprio l’uso dell’immagine fine a se stessa, l’appiattimento della prospettiva, l’elusione della profondità che leggo in un gesto come quello di quei due ragazzi.

Non so, esagero?