Questo non è un post di fine anno

E non perché io abbia qualcosa contro i post di fine anno o i consuntivi in genere, anzi tutto il contrario: a me tirare le somme, fare i bilanci e i “programmi di miglioramento” oggi tanto in voga piace un casino. E sapete perché? Perché mi ci appago alla grandissima.

Mi sentirei più a posto con la coscienza dopo aver ripensato a tutte le piccole grandi gioie dell’anno che sta finendo, mi sentirei più in gamba dopo aver enumerato tutte le fatiche affrontate e superate, rinfocolerei la mia autostima stilando il catarticissimo elenco di tutti gli errori da non ricommettere e soprattutto dei meravigliosi propositi per l’anno che verrà. E mi beerei di tutto ciò rischiando di lasciare che “e il” restino nel mezzo.

Senza contare che con ogni probabilità vi frantucherei i maroni.

Perciò niente di tutto ciò, vado a mangiare il bordino preparatorio al cenone, poi a leggere un po’ dopo aver finito di impostare una verifica, poi credo che mi metterò lo smalto rosso e inizierò con calma la preparazione delle tartine (il goulash l’ha già preparato ieri sera miomarito), prima che comincino ad arrivare gli ospiti da ogni dove.

Ma prima vi chiedo un regalo (lo so, son sfacciata): dato che – questo lo scrivo – uno dei propositi per il nuovo anno è cercare con tutte le mie forze di ritagliarmi consoni spazi per la lettura, e dato che qui in giro nella blogosfera ci son lettori di tutto rispetto, me lo consigliate un libro a testa che ritenete proprio imperdibile da inserire nella mia lista della spesa?

Grazie per questo (se avete voglia), e soprattutto per le belle persone che siete, ché tutti, a leggervi, mi insegnate ogni volta qualcosa (per davvero eh!).

Un sorriso a tutti.

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L’interrogazione segreta

G. è quella ragazza sempre trasognata di cui parlavo in qualche post fa, che recentemente ha dimostrato di vivere la relazione con le sue compagne con grande malessere; un malessere che era passato inosservato ai più (me compresa, accidenti!), e che si è scoperto trarre origine da una insicurezza bestiale di G.: in particolare nei contesti in cui le è richiesta una “prestazione” (quindi a scuola, sostanzialmente), lei si percepisce del tutto inadeguata, e quando dico “del tutto” intendo “in tutte le sfere della sua persona”, anche quelle in cui in realtà riesce meglio, come quella creativa, e anche in quella, appunto, relazionale.

Nella verifica sulla Divina Commedia aveva fatto un disastro, così, appurate tutte queste cose e sapendo che lei in realtà studia tantissimo, ho pensato di chiamarla ieri fuori dalla classe, ufficialmente per parlare a quattr’occhi della verifica e di che cosa non aveva funzionato (cosa che di solito cerco di fare con tutti quelli che fanno macelli nei compiti in classe), ufficiosamente per interrogarla a sua insaputa, facendoci solo una chiacchierata su Dante, su quello che Dante le dice, su quello che di Dante sa e capisce. Manco a dirlo è stata una bellissima chiacchierata (“Dante parla in prima persona e poi dice “nostra vita”, ti ricordi quello che abbiamo detto in classe del perché?” “No” (per forza, lei in classe c’è, corporalmente, ma la sua mente e la sua anima fuggono, nel vero senso della parola, il più lontano possibile), “Allora prova a pensarci: secondo te perché dice così?” “Beh… forse… perché sta parlando con noi“), senza l’ansia della prestazione e senza pubblico, così le ho detto che per me il voto della verifica era recuperato.

Tutto questo mi fa riflettere su tante cose. Su come sia bello e difficile ed efficace riuscire ad occuparci dei nostri ragazzi uno per uno, su come spessissimo non si riesca a farlo – per mancanza di tempo o di attenzione o  di forza o di competenze o di tutte queste cose insieme – e su come questo sia frustrante, avvilente e doloroso; su tutte le volte che non lo si è fatto, o non lo si è fatto abbastanza, o nel modo più giusto, e ormai sono andate, e chissà che cosa sarà di loro; su quanto spesso sia aleatorio il nostro meraviglioso lavoro; su quanto spesso rischiamo di essere anche solo inconsapevolmente crudeli; su quanto una insana competitività ammorbi il piacere di imparare e anche quello di stare insieme; su quanto il concetto di “interrogazione” andrebbe ripensato, e come; su quanto, alla fine, l’insegnare e l’imparare non riescano a sostanziarsi se non dentro una relazione. Tali e tante, tutte queste riflessioni mescolate, da fare un po’ paura.

Prima di andarsene, G., sorridente, mi ha detto “Grazie, prof., di questa interrogazione segreta” e io mi sono sentita bene. Oh, come mi sono sentita bene!

E’ abbeverandosi di attimi preziosi come questo, minuscoli e incommensurabili, che passa la paura.