L’interrogazione segreta

G. è quella ragazza sempre trasognata di cui parlavo in qualche post fa, che recentemente ha dimostrato di vivere la relazione con le sue compagne con grande malessere; un malessere che era passato inosservato ai più (me compresa, accidenti!), e che si è scoperto trarre origine da una insicurezza bestiale di G.: in particolare nei contesti in cui le è richiesta una “prestazione” (quindi a scuola, sostanzialmente), lei si percepisce del tutto inadeguata, e quando dico “del tutto” intendo “in tutte le sfere della sua persona”, anche quelle in cui in realtà riesce meglio, come quella creativa, e anche in quella, appunto, relazionale.

Nella verifica sulla Divina Commedia aveva fatto un disastro, così, appurate tutte queste cose e sapendo che lei in realtà studia tantissimo, ho pensato di chiamarla ieri fuori dalla classe, ufficialmente per parlare a quattr’occhi della verifica e di che cosa non aveva funzionato (cosa che di solito cerco di fare con tutti quelli che fanno macelli nei compiti in classe), ufficiosamente per interrogarla a sua insaputa, facendoci solo una chiacchierata su Dante, su quello che Dante le dice, su quello che di Dante sa e capisce. Manco a dirlo è stata una bellissima chiacchierata (“Dante parla in prima persona e poi dice “nostra vita”, ti ricordi quello che abbiamo detto in classe del perché?” “No” (per forza, lei in classe c’è, corporalmente, ma la sua mente e la sua anima fuggono, nel vero senso della parola, il più lontano possibile), “Allora prova a pensarci: secondo te perché dice così?” “Beh… forse… perché sta parlando con noi“), senza l’ansia della prestazione e senza pubblico, così le ho detto che per me il voto della verifica era recuperato.

Tutto questo mi fa riflettere su tante cose. Su come sia bello e difficile ed efficace riuscire ad occuparci dei nostri ragazzi uno per uno, su come spessissimo non si riesca a farlo – per mancanza di tempo o di attenzione o  di forza o di competenze o di tutte queste cose insieme – e su come questo sia frustrante, avvilente e doloroso; su tutte le volte che non lo si è fatto, o non lo si è fatto abbastanza, o nel modo più giusto, e ormai sono andate, e chissà che cosa sarà di loro; su quanto spesso sia aleatorio il nostro meraviglioso lavoro; su quanto spesso rischiamo di essere anche solo inconsapevolmente crudeli; su quanto una insana competitività ammorbi il piacere di imparare e anche quello di stare insieme; su quanto il concetto di “interrogazione” andrebbe ripensato, e come; su quanto, alla fine, l’insegnare e l’imparare non riescano a sostanziarsi se non dentro una relazione. Tali e tante, tutte queste riflessioni mescolate, da fare un po’ paura.

Prima di andarsene, G., sorridente, mi ha detto “Grazie, prof., di questa interrogazione segreta” e io mi sono sentita bene. Oh, come mi sono sentita bene!

E’ abbeverandosi di attimi preziosi come questo, minuscoli e incommensurabili, che passa la paura.

La relazione educativa

A me più che le sfidarelle degli adolescenti turba la loro indifferenza (eddài Fabrizio, cos’è quella faccia imbronciata?). Non tollero che io mi infervoro parlando dell’Inferno dantesco e loro sguardi vacui (fortuna che non sono ancora arrivata ad Ulisse perché se mi fanno così con Ulisse non rispondo delle mie azioni).

Ieri sono stata brava e come dice Gordon ho fatto un’affermazione in prima persona (“Io, quando voi pensate ad altro mentre spiego Dante, soffro” più o meno), ma mi è venuto un malumore cosmico che mi sono portata dietro fino a stamattina.

Oggi, prima ora. Dovevano leggere a casa un paio di articoli della Costituzione sulla libertà di culto. Non l’hanno fatto. Tranne due. Occhèi, li sto perdendo. Parte il pistolotto.

Giuro, mi sono contenuta: non gli ho propinato una eccessiva sbrodolata moralistica. Ho solo detto che mi ricordo, di quando avevo tredici anni, pensavo solo a uscire e della riforma luterana e di Dante non mi importava niente; ho detto che però avevo capito che se mi lasciavo coinvolgere dalle proposte della scuola facevo più in fretta a fare i compiti e a studiare, così mi restava tempo per ascoltare musica e sentirmi con gli amici e i miei erano tranquilli, e inoltre imparavo utili tecniche per conquistare i ragazzi, come per esempio sciorinare sinestesie nelle lettere d’amore.

Se la sono bevuta. Io amavo studiare e della musica mi è sempre importato relativamente. Ma mi hanno ascoltato con gli occhi grandi, anche dopo, quando sono passata alla guerra dei Trent’anni.

Li ho riacciuffati. Fabrizio sta meglio.