Proposito post pasquale

Ecco, se la Pasqua anche solo per via della stagione ci chiama alla rinascita, io voglio partorirmi nuova in questo: basta basta basta mettersi lì a immaginare notare conteggiare che io mi sbatto e gli altri chissà. Non per altro, ma perché
1) quando qualcuno insinua che io me la spassi mi rode il culo a mille, e io nella vita degli altri non ci sono come chi insinua non c’è nella mia
2) nel mondo c’è ovviamente chi si sbatte più di me e se innesco questo gioco perverso finisce che mi sento in colpa ogni volta che mi capita di riuscire a leggere un quarto d’ora in orario prenotturno, generalmente seduta sul water.

Corto circuito

Ecco, poi arrivano periodi come questo.

In cui si affastellano le ultime incombenze scolastiche le correzioni delle prove Invalsi un corso le Comunioni dei parenti il collegio docenti il cambio degli armadi lo spettacolo che si avvicina e la parte mica la so bene i bambini che sono stanchi e vorrebbero andare al parco i progetti per il prossimo anno scolastico da dettagliare le amiche che non vedi mai che sarebbe bello farci un pranzo le scarpe da pulire i documenti e le bollette di mesi accumulati sulla scrivania la scrivania dei bambini da montare la roba da stirare i cassetti di tutta la casa che strabordano l’iscrizione al centro estivo dei bambini la casa per le vacanze da trovare i bambini da portare dal parrucchiere quella visita che rimando da secoli le festicciole e i relativi regali da comprare i vetri che fanno schifo i nomi degli animali in inglese da sentire a mio figlio mia figlia che non ha più scarpe che le vadano bene le scarpe che sono due destre da andare a cambiare la macchina lercia la cesta dei panni sporchi vicina all’eruzione un po’ di movimento da fare che il fisico invecchia la pedagogista da sentire sui mille casi disastrati della mia seconda la ricerca di una casa la raccomandata da ritirare in posta devo continuare?

Ecco. In questi momenti il mio cervello si irrigidisce in una sorta di ottundimento volontario. Tipo che va in sciopero. Come se diventato di pietra potesse farsi scivolare addosso la marea devastante. E io così faccio tutto male. Un pezzo di qua e uno di là. Senza ordine, logica né organizzazione. Senza riuscire ad esserci, in quello che faccio. Ascolto l’amica e intanto penso a come impostare la lezione di grammatica di domani, faccio grammatica e penso a quali compiti delle vacanze dare, parlo con la pedagogista e penso che per domani mio figlio ha da fare i compiti di matematica e speriamo di fare in tempo nel quarto d’ora tra l’inizio del corso di nuoto di sua sorella e il suo, schizzo in macchina di qua e di là e intanto ripasso la parte, fotocopio la verifica e intanto mando un sms alla collega per quel progetto, ascolto gli animali in inglese e penso ai cassetti, i vetri, le pile di documenti, la mia auto indecente, le scarpe, i bambini mi parlano, mi raccontano, vogliono stare con la loro mamma, cacchio, e la mamma non c’è anche quando è lì… C’è un traguardo che si sposta beffardo sempre più in là. E io arranco, sopraffatta dal senso di inadeguatezza, pungolata dal senso di colpa. E si badi che la maggior parte dei punti di quell’elenco si riferisce ad attività che mi piacciono, che mi riempiono la vita, la arricchiscono, me la fanno amare per la maggior parte del tempo. Ma quando mi invischio in questa palude melmosa mi annichilisco, mi rabbuio, mi inacidisco, proprio.

Ecco.