Fino a che punto?

Quello del “fino a che punto?” è un quesito che più volte si è affacciato alla mia esistenza. Fino a che punto pretendere da un alunno, da un figlio, per stimolarlo senza pressarlo? Fino a che punto mostrarsi disponibili senza apparire remissivi? Fino a che punto dare confidenza, essere aperti e generosi di sé senza essere invadenti o inopportuni? Certo, si sa, non esiste una ricetta e la situazione e l’intuito ci fanno di volta in volta da guida. Ma se ci sono contesti e momenti personali che ci fanno sentire capaci e brillantemente equilibrati, in altre fattispecie persone e stati d’animo ci mettono in difficoltà. Almeno a me succede così.

La mia domanda oggi è: fino a che punto, se qualcuno soffre mostruosamente per qualcosa, accogliere il suo dolore con tutto l’impatto che può avere su di te, sulle tue scelte, sulle tue opinioni, sul tuo stesso benessere? E come cambiano i dosaggi se la sofferenza è causa tua? E se invece soffre perché ha fatto soffrire te?

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Aria pesante

Ci sono persone che emanano energia negativa. Nessun discorso esoterico o pseudo-new age, è proprio una questione di inquinamento atmosferico.

Io penso di essere una persona generalmente positiva, mi viene molto spontaneo sorridere e anche se questa in alcune situazioni può essere pure un’agile maschera, mi dicono sia in ogni caso un’attitudine rasserenante, e rassicurante, per me per prima e anche per chi mi sta intorno. A me hanno insegnato che è bello cercare di “far andar bene le cose”, e anche se devi rinunciare a qualcosa di non fondamentale per il tuo equilibrio psichico, anche se devi adattarti a ritmi e categorie diversi da quelli a te usuali, anche se le cose non vanno esattamente come te le saresti aspettate amen, non è grave quanto rovinare l’atmosfera e la serenità generali. È proprio una visione della realtà che ho succhiato col latte materno e mi fa di solito vivere – tranne che in qualche situazione – piuttosto in pace con l’Universo.

Mi sono inoltre formata col tempo la convinzione che non si può pretendere dagli altri – sto parlando di persone adulte, naturalmente – più di quanto siano in grado di darti, quindi conviene mettersi l’animo in pace, perché se esiste una qualche opportunità di upgrade del loro modo di condursi, questa è solo in mano loro: ognuno di noi ha solo la possibilità di migliorare se stesso, e già questo è un lavoraccio, e se mai fosse possibile dare qualche imput in tal senso all’intorno, questo potrebbe avere un solo nome: gentilezza. In nessun caso funzionano arroganza, acidità e prepotenza.

Il problema si pone quando ti trovi giocoforza ad essere circondata o quasi da persone di tutt’altra formazione, che sembrano anzi avere come unica missione trovare quello che non funziona, quello che non va bene, quello che dovrebbe essere diverso; oppure persone talmente ripiegate su se stesse e vittimiste da arrivare ad alterare la realtà pur di ricondurla alla propria autocommiserativa visione; o in alternativa così convinte che le cose debbano essere diverse da riuscire a rovinare quello che c’è, perché non è quello che vorrebbero; persone perlopiù incapaci di apprezzare quel che di bello e luminoso la vita ha posto sulla loro strada; persone che così passano il loro tempo rigide, tese, con i muscoli e l’anima contratti, ammorbando l’aria intorno e rendendola irrespirabile. Persone che alla fine vivono male, ma che non riescono a muovermi a compassione per questo. E non mi vengano a raccontare che magari hanno molto sofferto nella vita, perché questa non la ritengo in nessun caso una giustificazione valida per un comportamento che faccia soffrire tutti ancora.

Ecco, se in un grande gruppo (a cui non è possibile sottrarsi) di persona così ce n’è una sola, di solito si riesce a neutralizzarla; ma se cominciano ad essere due o tre, peggio se della stessa famiglia, perciò ormai ben arroccate ciascuna nel suo ruolo e forti di decenni di prove e affinamento del copione, io non ce la faccio. Mi intossicano. E sono consapevole che il mio chiudermi ed imbruttirmi in questi casi non fa che alimentare i circoli viziosi già in atto, e che se mi sento così diversa non dovrei abdicare alla mia bella diversità così in fretta, sentendomi invece in grado di imprimere una inversione di tendenza. Almeno provandoci. O almeno, nella peggiore delle ipotesi, conservando la mia serenità per me. Anche perché io non faccio tanta fatica ad essere di solito diversa, mi viene anzi molto spontaneo, quindi non ne ho gran merito: sarebbe invece una partita sfidante proprio in simili occasioni.

Ma non ce la faccio. E finisce che mi sento una fallita anche io.

Come è possibile?

Come è possibile che io dico in consiglio di classe: “Guardate che C. ha un sacco di problemi, a casa, mi scrive nei temi storie agghiaccianti di casa sua, l’altro giorno piangeva un sacco mentre mi raccontava; ora ha fatto dei colloqui con la pedagogista, che le ha consigliato una psicoterapia; cercate di capire perché è così pungente, così distratta, così impertinente, a volte, abbiate una certa delicatezza nel ricordarle le regole che certo come tutti deve seguire…”. Come è possibile che io dico delle cose così, in consiglio di classe, in sala professori quando mi dicono “Eh, però C. adesso sta proprio esagerando, risponde malissimo e non si può dirle niente!”, in corridoio quando mi dicono “Certo che C. deve imparare a darsi una regolata, però!” come se a insegnarglielo non dovessimo essere anche noi. Come è possibile che io dico parole così ingombranti, così pesanti, di una ragazzina di tredici anni, e i miei colleghi facciano del sarcasmo, o parlino con risentimento, o inizino delle frasi con “però”? Però un corno!

Questa attitudine avversativa negli insegnanti non finisce di farmi del male.

Spaesamenti

G. è una ragazzina dai lunghissimi capelli biondi, sempre trasognata, che ama disegnare e sorride con gli occhi, dolcissimi. E’ costantemente persa in un mondo colorato di bambola e non è mai connessa con quello che succede intorno a lei, a meno che io non stia raccontando o leggendo delle storie. Se viene interpellata sembra ritornare con fatica da un posto lontanissimo e dire che è spaesata è ancora poco, con le conseguenze che si possono immaginare per il cosiddetto processo di apprendimento.

L’altro giorno il suo papà è piombato a scuola per parlare con me, nel bel mezzo della lezione, preoccupatissimo che lei neanche ci fosse venuta. Mi ha raccontato che G. è qualche tempo che piange e si dispera prima di venire a scuola, che dice che non ci vuole più mettere piede, che quel giorno la crisi era stata particolarmente violenta e lui era spaventato. Ma perché non vuole venire a scuola? chiedo io. Non ce lo dice, fa lui.

Dopo vari colloqui e passaggi intermedi viene fuori che lei non ha amiche in classe. Che molte compagne la sfottono, altre la snobbano e le meno peggio la tollerano, ma di certo non la trattano da amica. E’ così. E io lo vedo. Ma non avevo còlto quanto questo la facesse soffrire. Anzi, il suo costante sorriso serafico lo interpretavo come una benefica e forse un po’ inconsapevole capacità di prendere le distanze dalle magagne del mondo. Benefica un corno. Lei sta proprio male, come si sta male da adolescenti, di una disperazione assoluta e totalizzante.

Io non mi ero accorta, e questo basta a farmi stare male. Ma per di più, ora che lo so, non so cosa fare, e brucio di frustrazione. Non posso fabbricarle un’amica, non posso costringere qualcuno ad esserlo, non posso esserlo io. Certo gli sfottò di cui sono stata testimone li ho sempre stroncati, ma questo evidentemente non è affatto abbastanza.

Che cosa devo fare?