Un sasso in vacanza

Le vacanze di Unsasso si dipanano per la gran parte in montagna, lentamente, come ogni anno. Quest’anno sono funestate da un’assenza pressoché totale di Thestone (marito di Unsasso), fagocitato dal lavoro. Meglio averne troppo che non averne, ci si ripete, ma Unsasso comincia ad averne le palle piene e di spupazzarsi i pargoli da sola (ché all’ottomilionesimo “Mammaaa!” i nervi saltano quel filo) e di accudire il lavoratore che, quando c’è, è ridotto allo stato di larva. Per tacere del fatto che è da un po’ che la preoccupa la salute fisica e mentale di quell’uomo, e teme più che altro l’entità del di lui prevedibile crollo quando i ritmi si faranno di nuovo umani. Nella fattispecie quel momento sarà l’attesa partenza per la Grecia (geniale scelta della meta, nevvero?): ma magari la sorte del già pagato traghetto e della già pagata casa regaleranno loro (e a Thestone in particolare) quel tanto di tensione per non rischiare la crisi d’astinenza. Chissà.
Le suddette vacanze di Unsasso sono arrivate al termine di un anno affettivamente ed emotivamente più stabile del precedente, ma lavorativamente piuttosto massacrante (vi saranno risparmiati i particolari: basti sapere che qualche preziosa soddisfazione è qua e là emersa per Unsasso dal pantano composto – in parti uguali – da sensazione di non farcela, gente di merda e necessari compromessi; e tanto le basta per conservare il ben dell’intelletto ancora per un po’). Essendo le sue vacanze quelle dell’insegnante, sono, com’è noto, provvidenzialmente lunghe, e riempibili a piacere, ché si sa che agli insegnanti italiani è lasciata in larghissima misura la facoltà di decidere come e quanto fare il proprio mestiere – a fronte di uno stipendio uguale per tutti, peraltro. Ma non divaghiamo.
Come Unsasso ha dunque riempito le sue vacanze, finora? Complice un anno che, si diceva, l’ha lasciata stanchissima sì, ma non pesta come il precedente, la nostra si è trovata con molte più energie attive addosso di quante immaginasse, e può dirsi orgogliosa di:

  • aver festeggiato l’arrivo dei quaranta con stoicismo esemplare, anzi, con una festa come si deve e tutti i suoi tanti e diversi amici riuniti: gioia pura (cazzo, sei una donna!, non si capacita una voce dentro di lei, incredula eppure costretta alla resa dall’evidenza di quel numero così tondo);
  • aver tenuto a bada l’ansia di non riuscire a completare le catartiche annuali pulizie di fino prima di partire (non prima di aver sfrangiato i maroni a Thestone in merito, però), compensando con ampie sessioni di decluttering nella casa in montagna;
  • aver ripreso a fare foto, e questo è cartina al tornasole della sua capacità di assaporare la realtà, nel corso di un weekend in Umbria davvero rilassante;
  • aver ripreso a correre con ritmi decenti;
  • aver superato indenne una settimana sui monti completamente da sola con numero due figli più numero due nipoti – dai cinque agli undici anni: evitando brillantemente non solo il suicidio e lo sterminio di massa, ma anche l’alcolismo, riuscendo pure a trascinarli tutti pei boschi e a lavorare non poco: provvidenziali furono la disseminazione per casa di cartelli con ogni sorta di monito e regolamento, e il rinvenimento in cantina di un vintagissimo Cluedo (quello di quando aveva otto anni);
  • essere riuscita ad autoaggiornarsi tantissimo, bevendosi letteralmente testi di studio che giacevano inesplorati da quasi un anno, e a progettare con puntiglio i percorsi di lavoro per la sua futura terza (di quello sulla mafia va particolarmente fiera): la sempre benvenuta riconferma, una volta di più, che non c’è nulla come l’attenta pianificazione, per abbattere l’ansia (va bene, sulla mania di controllo lavorerà col tempo);
  • aver letto 5 libri in un mese (esclusi quelli relativi alla scuola);
  • aver ripreso a scrivere;
  • aver avuto il tempo perfino per un paio di caffè/birrette: che sono per Unsasso metafore di tempo disteso e chiacchiere di sostanza;
  • essersi ricordata – meglio tardi che mai – di sostituire le gomme da neve.

Insomma, si fanno progressi.

Ancora sulla vacanza della prof

Vi taccio delle altre personcine ammorbanti che ho intorno: di quella che graniticamente par convinta di fare bene solo lei, in qualsivoglia branca dell’esistenza, di quella che ha sempre qualcosa da insegnare e pateticamente elargisce le sue sentenze a chi ne sa molto più – e anche se si accorge di questo la cosa non la scalfisce – e anche di quella che si muove producendo negli altri (o almeno in me…) la nettissima sensazione di aver sbagliato qualcosa. Vi risparmio questa galleria perché non vorrei ammorbarvi a mia volta, perché tanto di gente così ne incontriamo prima o poi tutti e perché poi magari su di loro mi sbaglio pure.

Quindi arrivo all’oggetto vero del mio post, che non vorrebbe con questo bel sole essere una lagnanza, ma alla fine mi sa che lo è. Solo questo: io penso che gli insegnanti abbiano così tante vacanze, tra le altre cose, per aggiornarsi e formarsi un po’, ma io sogno che questo sia previsto e codificato per legge, non solo perché dubito che in troppi la pensino come me, ma soprattutto perché in estate, ancor più che durante l’anno, io non ho un ufficio in cui chiudermi, un orario in cui pretendere di non essere disturbata, in cui non arrivi qualche figlio o nipote o parente vario ad aver bisogno di un gelato, di una passeggiata, di una chiacchierata; io non ho un momento in cui poter dire “scusate, sto lavorando” senza suscitare l’ilarità di qualcuno. E così finisce che il mio autoaggiornamento, la mia autoformazione non mi soddisfano affatto, procedono a singhiozzo, non arrivano ad un reale compimento e mi lasciano frustrata un bel po’.

Giorno uno

Tornati domenica da qualche giorno di mare – le pulizie di fino non le ho ancora finite – staremo un paio di settimane a casa prima della transumanza in montagna, dove mi acquartiererò con i bambini fino a fine estate.

Loro hanno frequentato i centri estivi fino a fine giugno, perciò tecnicamente ieri è stato il primo giorno di bambini full-time. Ora, non è che io non ami passare del tempo con loro, non è che non mi intenerisca a sentire una che racconta le favole alle sue alunne immaginarie (…e il principe cavallò cavallò…) e l’altro che come da sua stessa definizione gioca con la sua fantasia (pdbsch ueeèèon waaam bibibibibibi PDBsch!!!), non è che non mi diverta ad essere stracciata ogni volta a Uno o a Monopoli, o a ballare  sulle note raffinate di Com’è bello far l’amore da Trieste in giù, o a mangiare biscotti di Didò nel ristorante appena allestito dalla piccola, o a leggere Harry Potter agli occhi sgranati del grande, non è che non mi inorgoglisca un po’ basita a sentire lui che mi dice Che poi, mamma, la domanda è una, alla fine: che cosa c’era, prima, e che cosa ci sarà, dopo? e lei che afferma Io sono, me stessa. Non è che non sia felice di passare l’estate con i miei figli.

E’ che proprio tutto il giorno è dura. Quando litigano e si accapigliano (Ha cominciato lui! No, lei!) e a me viene un nervoso ancestrale e incontrollabile; quando vanno d’accordo e mettono in piedi un’associazione a delinquere impermeabile a qualsiasi blandizie o minaccia, con addosso una ridarola che neanche i miei alunni; quando mi tirano in due direzioni opposte e devo chiudermi in bagno per avere un attimo di pace; quando ho finito di stirare e vorrei solo stendermi sul divano con un libro o sentire un’amica con calma e invece che bello mamma hai finito giochiamo a Indovinachi?; quando non ho voglia di pensare a scegliere e attuare la reazione educativamente più adatta alla situazione e mi parte uno scapaccione o, peggio, un urlo isterico, o, peggissimo, una concessione inopportuna, e mi sento una pessima mamma. In quei momenti non vedo l’ora che sia settembre.

Ma è solo il giorno uno e non ho ancora finito le pulizie di fino. Può andare meglio.