Piezz’ e core

C’è qualcosa di zen nel fatto che all’apice della bella stagione le giornate iniziano a tradimento ad accorciarsi, così come nel cuore dell’inverno iniziano impercettibilmente ad allungarsi un po’. Ma diciamo che l’apprezzo con più slancio in dicembre.

C’è forse qualcosa di simile nel guardare i miei figli in questo momento magico – in cui non sono più, finalmente, nella fase della dipendenza totale da me, stanno anzi sbocciando con tutta la prepotenza che ci mette in questi casi la vita, sono splendidi ai miei occhi, vivono ogni cosa con slancio, in ogni attimo diventano grandi di un altro po’, ma si confrontano ancora con fiducia e curiosità, e ancora fanno le fusa sereni nel mio abbraccio – guardarli, dicevo, e percepire con sottile bastarda lucidità che non durerà ancora a lungo, che quest’epoca sciaguratamente meravigliosa finirà tra non tanto. Ed è un bel dire che sarà una bella avventura e una sfida il futuro, è un bel dire che ogni stagione della vita sarà bella in sé, è un bel dire che bisogna viversi il presente senza seghe mentali: a me si conficca un dolore affilato in mezzo al petto e la felicità perfetta del guardarli mi si incrina un momento dopo. Poi razionalizzo e via. Ma la consapevolezza che indietro non si torna a volte fa proprio male.

Dimmi cosa filmi e ti dirò chi sei

Messa di Pasqua in una chiesina di montagna: tutti, dal prete all’ultimo turista, in queste vacanze che quanto a neve assomigliano più a quelle di Natale, calzano scarponi pesanti e indossano piumini imbottiti. Perciò non passa inosservata una coppia sui ventotto, cappottino lui, tacco dodici minigonna e capello raccolto lei. Fanno una certa tenerezza, ecco.

Prima lettura: il cappottino si stacca dal suo banco e sale all’altare a leggere. E il tacco dodici? Beh, lei, lo sguardo rapito dallo charme del suo uomo, non ha che una sola possibilità. Estrae dalla pochette il suo Iphone. Lo solleva ad altezza occhi. E filma. Fa un filmino al suo amore che legge la prima lettura della messa di Pasqua. Sbigottimento. Qualche risatina. Gente che si dà di gomito. E lei imperturbabile che filma.

Che cosa faranno poi di quel filmino? Beh, sicuramente lo posteranno su Facebook. Magari lo riguarderanno orgogliosi. Leggeranno i commenti entusiasti degli amici: “che stile, in mezzo a tanti montanari!”; “come sei bellooooooooo!!!!!!!!!!!!!!!!”; “che bravooooooooooooo!!!!!!!”‘; “sembri un attore del cinema: ai (sic) mai pensato di fare televisione?”… Leggeranno questi commenti e si sentiranno bene.

Ora, lasciamo stare l’inopportunità del contesto e l’opinabilità dell’evento, la domanda che mi sorge è: perché? Perché in qualcuno sorge spontaneo e incoercibile il bisogno di filmare una roba del genere? Escludo che sia solo per un’ormai abitudinaria automatica ed evidentemente un po’ stolida frequentazione del mezzo. Temo ci sia di più. Temo, e a questo punto tutta la storia mi fa molto meno sorridere che all’inizio, che un gesto del genere nasca da una percezione di sé e del proprio valore troppo se non del tutto subordinata all’immagine: non quello che faccio ha un valore, un senso da cercare, una emozione da gustare, ma quello che di ciò che faccio posso mostrare. Il simulacro -possibilmente social- della mia vita conta e appaga molto di più della vita stessa.

Sia chiaro, non voglio negare il valore dell’immagine, anzi: io uso molto le immagini, per esempio in classe, amo la fotografia e sono convinta del potere evocativo di uno scatto ben fatto, del gusto simbolico di una foto azzeccata. Quello che mi spaventa è proprio l’uso dell’immagine fine a se stessa, l’appiattimento della prospettiva, l’elusione della profondità che leggo in un gesto come quello di quei due ragazzi.

Non so, esagero?